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“Appello Riformista per Milano” PARTE II

di Mattia Granata

 

 

 

 

Alle culture di governo

A Milano, in questi giorni, si è visto il futuro.
L’affermazione potrà sembrare apocalittica e poco realistica ma è più attinente al vero e meno opinabile a seconda del punto di vista da cui la si guardi, di quanto non possa sembrare a tutta prima.
Il fatto che il velo del tempo sia stato sollevato per un momento e oltre ad esso sia possibile intravvedere il futuro per via dell’azione di Giuliano Pisapia, infatti, è un fatto del tutto contingente.
Il fatto che il futuro che si può osservare sia prossimo o remoto è, allo stesso modo, un fatto incidentale e può, persino, non influenzare il nostro giudizio, se non le nostre aspirazioni di persone che stanno in un preciso momento storico.
Quel che è certo, tuttavia, è che da questo scorcio che ci si presenta oltre la siepe che fino ad ora escludeva del tutto lo sguardo (non l’intuizione) possiamo attingere elementi, dati di osservazione del reale, utili a comprendere meglio il presente e a formulare idee e azioni.

Dal principio degli anni novanta, si era costituito e consolidato il consistente blocco di potere che ha sorretto l’Italia nel corso di tutta la famigerata e mai troppo vituperata “seconda repubblica”. Un “blocco” che aveva riorganizzato quel che restava di una prima repubblica finita in frantumi per l’esaurirsi delle conseguenze dilazionate ed effettive della seconda guerra mondiale sul piano economico e politico anche internazionale.
Un blocco che aveva riorganizzato componenti sociali, politiche ed economiche attorno ad un perno di abilissima e spregiudicata mediazione che, infine, si incarnava in una sola persona, l’attuale presidente del consiglio, non uomo di governo, ma uomo di potere in grado di coordinare e dare un equilibrio alle forze pur disordinate del paese.
Che questo equilibrio fosse statico, che la somma di queste forze non producesse dinamica, che tutto questo potere non si traducesse nella propulsione in grado di garantire il futuro, ma nella sterile coazione a ripetere del presente che nella storia significa regresso, è oggi evidente, troppo evidente per essere ribadito.

La città di Milano, come sovente è accaduto nella storia italiana, per molti versi, purtroppo, ha rappresentato un paradigma di questo paese per alcuni significativi aspetti di tale vicenda.
Da essa, infatti, sorgeva come era avvenuto in passato, il ciclo politico nazionale che questa volta da Berlusconi ha preso il nome.
In essa, al di là e dietro all’apparente dinamicità, velocità, bagliore estetico del sogno italiano di questo ventennio, ha covato la frustrazione di un regresso reale, di un invecchiamento precoce, di una staticità inesorabile.
Non per caso i dati più autorevoli hanno misurato una staticità nella crescita della città nell’ultimo quindicennio (allo specchio dell’affaticamento del paese), un arretramento in tutte le classifiche delle metropoli europee e dei paesi sviluppati, uno sfaldamento della coesione sociale che non poteva non avere conseguenze dirette pure sugli indicatori economici.
Ovviamente non si è trattato solamente di una lentezza sociale, né solo di un rallentamento economico, non esistendo sfere isolate e non interagenti.
E’ la assenza di una cultura della città in grado di indicare un orizzonte di sviluppo di medio lungo periodo, che ha soffocato ogni spinta.
Una cultura in senso ampio ovviamente, una cultura politica, cultura economica, cultura sociale, “cultura cultura”. Una cultura di sostegno alla responsabilità delle classi dirigenti in grado di guidare, orientare, assecondare la completa e costante transizione che è la vita degli organismi viventi, e quindi anche dell’organismo metropoli.
Una cultura del passato che giorno per giorno si fa futuro, metabolizzando, mescolando, integrando e generando energie vitali.
Per questo motivo nel precedente appello ( NDR:  Appello Riformista per Milano by Mattia Granata ) facevo richiamo, a titolo di esempio, della catena di relazioni snodata in quasi un secolo di storia socialista milanese. Relazioni personali, che si facevano relazioni fra ambienti della città, storia di enti e imprese e organizzazioni e quindi storia cittadina.
Un filo rosso interrotto e non più riannodato.
È parso ad alcuni, ad un certo punto, che la cultura dell’“amministrazione del condominio” potesse sostituire tutto questo. È parso che non servisse più una guida, un timone, un progetto di orientamento nella marcia, ma bastasse coordinare in modo asettico e privo di spigoli, le forze che esistevano, senza favorirne la riproduzione, senza sostenerne e indirizzarne la spinta.
Ma l’amministrazione di condominio, è ormai chiaro, ha avuto la conseguenza di imprigionare la città in un eterno presente senza prospettiva e orizzonte, presente in cui la città affievoliva e ripiegava su se stessa; sempre più.

È questo assetto che si è incrinato, nei giorni scorsi. Non per caso, pur in un dibattito di campagna elettorale e pur se da posizioni diverse, mi sono trovato a condividere l’analisi di un ex sindaco milanese attribuendo il risultato del primo turno elettorale ai sintomi dell’arrestarsi di un lungo ciclo politico agli sgoccioli.
In effetti, nelle settimane passate, quel che sfuggiva ai sondaggi che sondando i pareri della gente fotografano tutt’al più uno statico presente, ma che si intuiva confrontandosi forzosamente con gli esponenti politici al governo, era l’apparire sempre più manifesto di fratture che lasciavano intravvedere spazi meno ricomponibili tra di esse.
Era come se in questa tettonica, mancasse la solita forza di mediazione e sintesi in grado di attutire i colpi tra le zolle riconducendole ad un ordine e ad un assetto di stabilità.
Ed era come se attraverso queste fratture ricominciassero a sgorgare energie che covavano sotto quella staticità senza trovare lo spazio per emergere.
Non per caso, infatti, si pone oggi e si porrebbe con ancora maggiore urgenza e prepotenza nel caso in cui non si riproponesse una restaurazione nel governo della città in occasione del ballottaggio della settimana prossima, l’esigenza di trasformare queste energie affluenti da forze disgreganti del precedente ordine, per quanto positive, a forze costruttrici dell’ordine venturo.
E non per caso le forze più responsabili si pongono il tema, proprio in questo momento, sia di sostenere con ogni energia il mutamento, sia di intravvedere nel processo della trasformazione punti di appoggio stabili e progressisti in grado di fornire un orientamento di non breve afflato.
Un vigoroso sostegno in tal senso, che ha agito proficuamente per la vittoria al primo turno del centro sinistra, è venuto certamente dal cosiddetto comitato “iniziativa per il cinquantuno”, che ha raccolto esponenti della “società civile” matura e avvertita e si è ampliato nel corso di questi mesi di contributi e arricchimenti, oltreché di sostenitori.
Esso ha, in parte, controbilanciato l’azione di organizzazioni politiche che negli anni scorsi avevano agito con effetto centrifugo, allontanando e non catalizzando, culture politiche potenzialmente fertili e le reti relazionali che attorno ad esse si erano mantenute e pur flebilmente riprodotte.
Esso ha concentrato al suo interno o per lo meno ha contribuito a mostrare in modo limpido l’esigenza, che le culture politiche del passato, testimoniate e rappresentate da personalità del mondo della cultura, delle professioni, della politica, dell’intellettualità, fossero direttamente coinvolte nel riavvio dei processi politici resi possibili dal tramonto del ciclo di cui lentamente vediamo l’esaurirsi.
Esso, infine, ha contribuito ad immettere nel presente politico i contenuti che, troppo spesso, le organizzazioni politiche a cui è spettata l’azione di questi anni, non hanno saputo ordinare in base a precise priorità e inserire nell’agone del confronto ampliandone gli spazi del consenso.
A questa esperienza dovrebbe ispirarsi una componente dell’azione dell’immediato futuro, avendo di mira un tema essenziale. Come implicitamente sostenevo nel precedente appello ( NDR: Appello Riformista per Milano by Mattia Granata  ) infatti, è necessario che le culture testimoniate nel “comitato”, si innestino e radichino nuovamente, per sperare di fiorire. I governi venturi necessitano di classi dirigenti venture, il ruolo del saggio è quello di promuovere l’educazione e il futuro; solo dalla abnegazione dei testimoni delle culture politiche della Milano passata potrà risorgere una “cultura di governo” che oggi giace prosciugata nella storia della città.
Un ulteriore elemento di costruzione degli assetti futuri, deriva dal riattivare un corretto e fisiologico processo della rappresentanza che prescinda da ogni logica corporativa e immetta nuovamente nei processi decisionali i settori sociali ed economici della città.
L’amministrazione di un organismo complesso come una metropoli, infatti, non può che emergere dal fisiologico snodarsi del flusso della rappresentanza di interessi sociali ed economici che la comunità genera e riproduce.
Questo processo negli ultimi anni è stato interrotto, oltreché dalle logiche prima espresse, anche dalla storica insufficienza dei partiti politici nell’esercitare un ruolo che funzionalmente era stato a loro nel passato imputato.
La frammentazione cui questi interessi sono stati sottoposti dalle trasformazioni di questi anni nella società non solo milanese e non solo italiana, non ha certo semplificato il compito ma è ormai certo che senza una comprensione e una rappresentanza della società per come è, e non per come categorie e ideologie ormai inservibili pretenderebbero che essa fosse, anche la politica non troverà sbocco alla crisi di questi anni.
In questo senso una valorizzazione dei corpi intermedi, veicolo di sintesi degli interessi e dei valori di porzioni di società civile e produttiva, e veicolo di rappresentanza verso l’esterno di tali valori e principi, e un loro coinvolgimento nella amministrazione della città, potrebbe certamente contribuire a valorizzare istanze sociali a lungo compresse. Viceversa un mero affidamento ai partiti, a lungo protagonisti dello stallo citato, contribuirebbe di per sé a prolungare il circolo vizioso allontanando la soluzione.
Una città come Milano, per dimensioni e caratteristiche, potrebbe effettivamente rappresentare nuovamente un laboratorio empiricamente utile allo sviluppo politico ed economico del paese. Il buongoverno cittadino potrebbe trovare nella produzione, promozione e diffusione di veri e propri “esempi”, vie originali alla soluzione di problemi attuali, un ruolo utile all’intero paese.

Il fatto che la forza agente coagulata attorno e dietro Giuliano Pisapia, abbia permesso di intravvedere per un momento un futuro che attendiamo confermato dai fatti, e le modalità di disfacimento di un’epoca politica, non ci deve impedire di constatare che esso paventa le insufficienze in cui potrebbero incorrere gli attori del presente.
Osserviamo questo scorcio, e chiamiamo a raccolta le forze di ieri e di domani.

Il compito è arduo e storico: porre le fondamenta della Terza Repubblica in cui vivremo e opereremo in comunità.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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