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“Appello Riformista per Milano”

di Mattia Granata

Candidato milanese nella Lista per Giuliano Pisapia Sindaco

 

 

 

 

In tempi di campagna elettorale è difficile ragionare di politica, sembra paradossale ma è così, e tanto più in un paese che di politica fa fatica a ragionare anche in periodi più quieti.
Non si possono coltivare in tempo di guerra le opere della pace, diceva il saggio latino, e tuttavia in alcuni momenti cruciali, sebbene nel mezzo della tempesta, è bene soffermarsi e, custodendo il silenzio che c’è in noi, tentare di far mente locale e delineare una rotta per cogliere le opportunità che si presentano.

La Milano del tempo presente è una macchina mal guidata e potentissima che sfreccia, sfriziona, solleva polvere, sfrisa, scontra e perde pezzi senza che alcuno le dia una direzione di marcia.
Questa situazione è chiara da ogni angolazione la si guardi ma, pur scegliendo a caso, alcuni esempi sono più evocativi di altri.
Le imprese partecipate direttamente o indirettamente dall’ente pubblico sono un patrimonio accumulato in oltre un secolo di storia e costituiscono quindi lo scheletro culturale della città, oltreché la sua struttura economica.
E tuttavia per tutto il tempo in cui hanno operato, questi soggetti agivano nel quadro di un disegno generale di sviluppo economico e sociale, venivano impiegati in funzione di un progetto di città come strumenti operativi al servizio della comunità milanese.
Non che nel passato siano mancate male gestioni, subordinazioni agli interessi dei partiti, disfunzionalità economiche, ma sempre, di fronte a tutti questi elementi, così potenti, così presenti, infine nonostante tutto prevaleva una costante sovradeterminata: l’interesse collettivo.
Da tempo non è più così. Di fronte alle trasformazioni economiche e sociali, gli strumenti a diposizione dell’amministrazione pubblica hanno vissuto di una vita a volte autonoma ma slegata da un progetto di città che da lungo tempo nessuno si assume la responsabilità di sviluppare.

Insomma; la formula di governo riduzionista dell’”amministrazione di condominio”, ha imprigionato una comunità in un sempiterno presente senza futuro, in una frustrante coazione a ripetere del giorno per giorno come se il tempo non passasse e la marcia non conducesse mai alla cima.
Ma una capitale europea non è un condominio, una comunità di oltre un milione di persone non è una linda “scala B”, è un organismo vivente, un sistema di interdipendenze sociali, culturali, economiche, che per dare tutto quel che possono dare, per rendere tutto quel che possono rendere, per esprimere la potenza propulsiva che mirare al futuro richiede, hanno bisogno di guida, di oriente, di governo.

E qui si giunge al punto politico.
Al principio degli anni novanta è stato strappato a forza il “sottile filo rosso” snodato per quasi un secolo lungo le vie, attorno ai palazzi, attraverso le piazze, nella storia di questa città.
Il sottile filo rosso dal principio del secolo era scorso fra le dita delle prime giunte Caldara, fondatrici del “governo economico municipale”.
Chi ricorda Luigi Minguzzi, chi ricorda il coraggio con cui questi personaggi perseguirono per esempio l’obiettivo di coordinare e unificare gli strumenti della pubblica assistenza e sanità secondo una regia che ascriveva al comune laico i beni degli enti ecclesiastici che da oltre venti anni, pur in presenza di una legge, nessuno aveva il coraggio di toccare? Chi ricorda progetti realizzati per aumentare il tenore di vita alimentare e i consumi della cittadinanza attraverso una connessione tra ente pubblico e cooperazione in grado di produrre le maggiori imprese della distribuzione commerciale del paese (che poi non a caso il fascismo avrebbe distrutto)?

Il filo rosso, interrato nel suo snodarsi per oltre un ventennio, riemergeva dopo la guerra.
Chi ricorda Ezio Vigorelli (non per caso diretto erede del maestro Minguzzi) al vertice dell’Ente comunale di assistenza e poi al ministero del lavoro.
In questo immediato dopoguerra si realizzavano i progetti per incrementare l’assistenza nei confronti dei ceti che uscivano martoriati dal conflitto bellico, e poi nei confronti dei migranti che a migliaia ogni giorno giungevano a Milano senza casa e lavoro. Al principio degli anni cinquanta gli studi del Comune notavano che al quartiere Gallaratese le donne giungevano con grandi brocche sulla testa a prendere l’acqua alla fontana e che a Milano migliaia di persone vivevano in “baracche, tuguri e grotte”.
Chi ricorda lo sforzo delle giunte Greppi condotti insieme alla cooperazione di abitazione per dare un tetto dignitoso a tutti gli abitanti di Milano?
E i progetti di sviluppo razionale ma forsennato con cui l’azienda elettrica municipale di Roberto Tremelloni, elettrificava non solo Milano ma tutta la Lombardia per sorreggere lo sviluppo economico in prospettiva almeno fino alla metà degli anni settanta?
E chi ricorda Aldo Aniasi (non per niente braccio destro del maestro Vigorelli), e un centro sinistra impegnato costantemente a sostenere il passato verso il futuro, il ruolo di capitale morale ed economica del paese, la funzione di integrazione sociale costante di una città moderna, sempre più moderna?

E così via, enumerando ed elencando.
Poi venne la tempesta dei primi anni novanta che seguiva il disordine del paese e della città durato il decennio precedente.
Sarebbe oggi il caso di avviare sul piano storico una analisi di quel periodo e vi sono studiosi – e io fra questi – impegnati, settore per settore, a contribuire al decantare e al sedimentare della polvere e alla comprensione di quel che realmente avvenne.
Quel che è certo, e condivisibile da tutti, è che lì, in quel momento, il filo si strappava.
E può convenirsi ormai, dopo vent’anni di una repubblichetta traballante e di una città senza direzione, che quello strappo condusse non al paradiso ma al purgatorio.

Per questo motivo, oggi, dopo molti anni, si pone il tema di fermarsi a tracciare la rotta.
Accada quel che accada, l’era aperta in quel momento, e incarnata dall’attuale presidente del consiglio, dovrà, nel giro di breve, terminare poichè il destino degli uomini è transeunte e segnato dal principio.
A Milano il vento che soffia sembra far presagire che il ciclo possa vedere qui e non altrove, ora e non in futuro, la sua fine.
Per la prima volta dopo molto tempo ve ne sono, per lo meno, le condizioni.

Per questo mi sento di rivolgere l’appello che dà il titolo a questa riflessione.
Tutti insieme all’interno di questa comunità dobbiamo essere consapevoli che il futuro non sorge mai sulle ceneri fumanti del passato. Che non si costruisce senza prima porre fondamenta solide e, poi, mattone dopo mattone.
Già una volta l’errore di impiantare una casa sulla sabbia è stato fatto.
Occorre riprendere il filo strappato, riannodarlo con pazienza, stringerlo e cominciare a snodarlo con delicatezza verso il futuro.
Ora è possibile ma questa operazione richiede attenzione e consapevole condivisione e ragionevolezza.
Il crollo della prima Repubblica ha lasciato macerie in ogni dove, macerie prima di tutto culturali.
Le culture politiche di questi anni hanno mostrato i loro limiti perché, private delle loro radici, non hanno mai prodotto frutti ne fiori.
I partiti in assenza di queste culture, hanno mostrato di essere sterili distese di sassi incapaci di riprodurre idee, ideali, progettualità.
Organizzazioni senza anima, apparati senza spirito, hanno alimentato sé stessi logorando fino alla consunzione l’eredità delle esperienze passate.
E qui, purtroppo, è necessario brevemente entrare nel merito.
Il contenitore più ampio costituito in questi anni, ossia il Partito democratico, non ha saputo contenere e valorizzare le culture passate che in esso si immettevano o potevano immettersi; è ormai evidente.
Quel che avveniva alla sinistra di questo partito, ossia il lento biodegradarsi delle scorie del comunismo italiano, è ormai probabilmente vicino alla conclusione.
Contemporaneamente, alcuni nuclei delle culture laiche e riformiste – socialiste, repubblicane, postazioniste e pure del riformismo comunista – si autoconservavano senza però trovare un innesto in grado di riprodurne non solo l’influenza ma soprattutto la fertilità, nel frattempo logorandosi al soffio del tempo.
Per questo motivo ritengo vi sia poco tempo per agire e questo mi pare il momento giusto.

Il declino della parabola della seconda repubblica giunge mentre sono ancora attivi alcuni dei testimoni più illustri della storia passata, veri depositari di esperienze e conoscenze preziose.
Sarebbe favorevole tempismo riuscire a cogliere questo fuggevole attimo per condurre un testimone al suo passaggio, per avvicinare i lembi strappati del sottile filo rosso.
In questi mesi si è assistito a fenomeni incoraggianti, ad altri frustranti.
Vi è uno spicchio del riformismo comunista d’antan, per esempio, che non riesce a razionalizzare l’acerba sterilità della cultura democratica e che nella speranza di riorganizzare il passato, finisce per contribuire al riprodursi e al consolidamento di duopoli all’interno del Partito democratico che ormai hanno annoiato persino i protagonisti (per quanto non i giovani beneficiari).
E tuttavia alcuni esponenti della stessa cultura paiono alacremente lavorare all’esterno di quel perimetro per contribuire davvero ad una semina foriera di buoni frutti.
Vi sono, poi, nuclei attivi e autorevoli dei riformismo laico tradizionale che si impegnano attivamente al di fuori di asfittici confini per tentare soluzioni possibili. Certo il confluire su posizioni centriste che sconfinano verso la destra, potrebbe parere eccessivo o situazionistico e tuttavia lo spazio postideologico è fluttuante e meno delimitato.
Vi sono infine gli spezzoni del socialismo milanese, depositari delle tradizioni nobili che ho prima citato, ancora frammentati per il trauma esplosivo e violento dei primi anni novanta.
Essi hanno ricercato allontanandosi e avvicinandosi, incrociandosi e scontrandosi, in un brulicare a volte irrazionale, sovente in buona fede, nel deserto degli anni passati, una bussola. La cappa plumbea culturale sulla politica di questo paese, non semplificava il loro cammino, il trauma originario ne incoraggiava la spinta.

A tutte queste culture mi rivolgo.
Oggi non è necessario che tutti gli ex diventino post.
Il nuovismo politico che fiorisce nel postideologismo sradicato di ogni percorso, già incombe e promette i suoi danni.
Oggi è necessario che tutti gli ex agiscano responsabilmente per riannodare ad uso di eredi il filo rosso strappato.
Minguzzi, Vigorelli, Aniasi, certo, sarebbe stato più lieve un passaggio rituale di consegne. Ma in guerra i gradi si passano sul campo.
Tra il vuoto democratico e il vuoto berlusconiano è necessario costruire un ponte.
Poserà sulle colonne solide della storia passata, sui mattoni ben saldi delle culture del novecento.
Pare una soluzione di elite che io proponga; repubblicani, socialisti di ogni specie, socialdemocratici, comunisti miglioristi che ancora testimoniano la esperienza e la storia che hanno scritto con il filo che hanno fatto scorrere nelle loro mani, sono in questo momento responsabili di un passaggio storico.
Se a Milano la cesura che va conducendosi non produrrà una soluzione di continuità ma il solito strappo tra passato e presente, il fallimento sarà questa volta irrimediabile.

Vi sono nella folla del “nuovo per il nuovo” alcune persone libere che agognano esperienza e di potere cominciare a loro volta a porre mattone su mattone per contribuire a giungere al tetto della storia di questa città.

 

MATTIA GRANATA.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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