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Riproponiamo Democrazia Radical Popolare e quel Ciarlatano di Massimo Fini… apologeta del Terrorismo globalizzato sedicente islamico

 

 

 

Cioè, oltre a proporre la lettura di

Utile memento sulla canagliesca figura di Massimo Fini, fiancheggiatore del Terrorismo globale a manovalanza integralista islamica (clicca per leggere),

riproponiamo anche quella di

Democrazia Radical Popolare e quel Ciarlatano di Massimo Fini, un altro pessimo collaboratore- al pari di Fabio Scacciavillani e per ragioni solo apparentemente opposte- dell’eccellente giornale il FATTO QUOTIDIANO (clicca per leggere),

il cui testo riproduciamo anche qui:

 

Ci piace il FATTO QUOTIDIANO, e lo riteniamo una delle novità giornalistiche più importanti degli ultimi anni.
Volterrianamente, ci piace anche il fatto che ospiti (sia nella testata cartacea diretta da Antonio Padellaro che in quella telematica guidata da Peter Gomez) posizioni molto diverse tra loro e firme di collaboratori che offrono punti di vista interpretativi distanti se non contraddittori gli uni con gli altri, tanto per quel che attiene alla politica, all’economia, alla cultura, all’attualità che per ogni altra forma di argomento di interesse mediatico.
Tutto questo è una bella lezione di pluralismo informativo, di indipendenza editoriale, di libertà di pensiero e tolleranza ecumenica concretamente applicata.
Naturalmente, rimane impregiudicato anche il diritto dei lettori (e Noi di DRP siamo tra questi) di giudicare alcuni collaboratori di questo quotidiano più o meno convincenti, più o meno in mala fede, più o meno condivisibili nelle idee di fondo che di volta in volta esprimono sotto il cappello largo di un’unica ed equanime testata.
Così, ci è capitato di recente di esprimere critiche contingenti al collaboratore del FQ Stefano Feltri (autore, in altri casi, di pezzi molto più apprezzabili), nel nostro

L'ennesima Truffa Manipolatoria dell'ennesimo inutile Vertice Europeo del 28-29 giugno 2012. Commento di DRP a "Vertice Ue, si a scudo spread e 'salva stati'. Vittoria di Monti e Hollande, Merkel ko", articolo del 29 giugno 2012 by Stefano Feltri per IL FATTO QUOTIDIANO (clicca sopra per leggere),
e, fra Noi e i Fratelli Massoni di GOD, anche di esercitare una critica molto più corrosiva a proposito di Fabio Scacciavillani, cortigiano del Sultano dell’Oman prestato allo pseudo-giornalismo sedicente economico, proprio sotto il manto della tolleranza editoriale del Fatto Quotidiano.
Si vedano al riguardo

Commento di Grande Oriente Democratico a “MMT, per i miracoli ci stiamo attrezzando”, articolo del 6 marzo 2012 by Fabio Scacciavillani per IL FATTO QUOTIDIANO (clicca sopra per leggere)
Fabio Scacciavillani e la MMT. Commento di Democrazia Radical Popolare a “Forza Zecca! Berlusconi lancia la MMT”, articolo del 4 giugno 2012 by Fabio Scacciavillani per IL FATTO QUOTIDIANO (clicca sopra per leggere).
Ora, nel caso dell’ultima uscita squinternata dello pseudo-intellettuale (auto-promossosi tale dopo essere stato a sua volta un velleitario, presuntuoso e sopravvalutato giornalista) anti-moderno, anti-democratico e illiberale Massimo Fini, con il suo articolo per Il Fatto Quotidiano ripreso da DAGOSPIA:
“FINI AL MASSIMO - “ELSA FORNERO HA PERFETTAMENTE RAGIONE: NON ESISTE ALCUN DIRITTO AL LAVORO - QUESTO TIPO DI DIRITTI, COME QUELLO ALLA SALUTE O ALLA FELICITÀ, APPARTENGONO ALLE ASTRAZIONI DELLA MODERNITÀ CHE NULLA HANNO A CHE FARE CON LA VITA REALE - SONO DIRITTI IMPOSSIBILI PERCHÉ NESSUNO, FOSS'ANCHE DOMINEDDIO, PUÒ GARANTIRLI. ESISTE, QUANDO C'È, LA SALUTE, NON UN SUO DIRITTO…”, pezzo per DAGOSPIA del 1 luglio 2012 (clicca sopra per leggere),
conveniamo che gli abbia risposto con molta eleganza Pierfranco Pellizzetti in un articolo per MICROMEGA  che qui di seguito riportiamo integralmente:

PIERFRANCO PELLIZZETTI – Il Lavoro è diritti, non schiavitù

Contestare tesi apparse su un quotidiano a cui si collabora è una forma di grave ineleganza oppure espressione di apprezzabile pluralismo?
Nel caso sia “buona la seconda”, vorrei manifestare totale dissenso nei confronti dell’equiparazione lavoro-schiavitù teorizzata ieri su il Fatto Quotidiano da Massimo Fini. Convinto, come sono, che il Lavoro (con la “l” maiuscola) meriti ben più di qualche frettolosa considerazione blasé; magari da parte di chi vagheggia bimillenari ritorni a tempi in cui le attività manuali erano “macula servile”.
Perché il lavoro non è solo un insieme di pratiche, è una civiltà. Quanto i Padri Costituenti avevano ben chiaro vergando la Carta Costituzionale, non certo per ragioni bassamente economicistiche (e – vorrei ricordare – il “liberista” a cui Fini fa riferimento si chiamava Luigi Einaudi; da non confondere – pena la querela – con gli odierni NeoLib. Visto che aveva scritto, per un certo editore chiamato Piero Gobetti, il saggio “Le lotte del lavoro”, propugnandone la “bellezza”).
D’altro canto, come può parlarne con un minimo di conoscenza di causa chi probabilmente non ha mai neppure messo piede in una fabbrica del tempo che fu? Quella fabbrica che, pur con tutte le sue durezze, era uno dei luoghi più “sani” di un mondo oggi perduto; un luogo dove i rispettivi ruoli erano chiari, le differenti posizioni esplicite e i conflitti si manifestavano alla luce del sole. Ma anche un luogo dove giungevano a sintesi, nel comune impegno di realizzare qualcosa nel modo migliore, l’operosità borghese e il riscatto proletario. Dedizione e fierezza.
Chi scrive, nella sua vita spettinata, è stato piccolo imprenditore metalmeccanico per alcuni lustri. Così ha potuto imparare in presa diretta ad apprezzare quella che allora si chiamava “controparte”, capire che esisteva davvero una “cultura operaia” senza bisogno di leggere La chiave a stella di Primo Levi, conoscerne le tecniche di sopravvivenza come sapere pratico e le gerarchie informali, legate all’abilità di connettere al meglio mano e mente. Ricorda ancora l’operaio che gli estrasse uno sfrido metallico dall’occhio arrotolando a cilindro un foglio di carta, come l’altro che disse “questo è il mio capitale” mostrando le braccia. E non era retorica, ma consapevolezza (nessuno sapeva fare merletti al tornio e alla fresa come lui).
Al tempo stesso serba memoria delle famiglie borghesi in cui si educavano i figli a un senso del dovere latamente calvinistico: “fai tu quello che poi chiedi agli altri”… “primo ad entrare al lavoro, ultimo ad uscire”…
Certo, all’interno di questo intreccio valoriale perdurava il conflitto sociale. Non patologia, bensì formidabile spinta innovativa e integrativa. Perché era in questa dimensione che i cosiddetti dipendenti conquistavano i diritti del e per il lavoro, si trasformavano da moltitudine informe (e dispersa, come nell’età preindustriale del povero socialmente insignificante, prima ancora che endemicamente affamato) in un soggetto collettivo intenzionato ad autodeterminarsi e che apprendeva la solidarietà chiamandola mutualismo; smascherando il paternalismo insito nella carità, come cristallizzazione delle posizioni subalterne. Che poteva farlo proprio grazie alla sua centralità nei processi produttivi.
Certo, un mondo che ci siamo lasciati alle spalle. Tanto che se il XX è stato il secolo del lavoro, il XXI rischia di essere quello dei lavoretti. Ma questo è il risultato di un’immane e perversa operazione politica grazie alla quale le plutocrazie finanziarie ora riprendono il controllo sociale smaterializzando la realtà. Dunque, spezzando tavole di valori e annientando ogni controparte in grado di opporsi.
L’attacco al Lavoro di questi decenni è stato tutto questo. Non capirlo, propugnando i manierismi dell’ozio, può andare bene nelle chiacchiere in un caffè di San Babila o sulla calata di Portofino. Ma – in tale maniera – si finisce soltanto per lavorare a vantaggio dei re di Prussia che stanno facendo strame dei diritti e della dignità. E, con essi, di un mondo che aveva una sua etica, una sua epica e perfino una sua estetica. Che va rivalutato (e ritrovato) quanto prima.
Pierfranco Pellizzetti
(1 luglio 2012)


Orbene, al di là di quella etica, epica ed estetica del mondo del lavoro novecentesco che certamente era cosa ben più dignitosa ed equa della organizzazione sociale ed economica involutiva e reazionaria messa in opera dalle oligarchie sovra-nazionali che stanno guidando la (condivisibile) globalizzazione delle merci e dei capitali, impedendo (in modo non condivisibile, per usare un eufemismo) la globalizzazione dello stato di diritto, della democrazia liberale e della giustizia sociale di matrice occidentale, il problema Massino Fini va ben al di là di un estemporaneo e cacofonico articolo scritto intorno al tema dei diritti del lavoro o alla salute (nel senso di cure assicurate da parte della collettività organizzata – lo Stato – a chi non possa permettersi, come invece può Massimo Fini, di pagare centinaia di euro a volta le visite presso qualche specialista privato…).
L’articolo, certo, è cinico, superficiale e infingardo ( e bene ha fatto Pellizzetti a confutarne presupposti, stile e conclusioni).
Ma il suo autore è ancora peggio.
Con Massimo Fini, abbiamo a che fare con il prototipo archetipico del CIARLATANO.
Mutuiamo la definizione di ciarlatano da una fonte consultabile e controllabile da tutti come Wikipedia (che non consigliamo per ricerche più serie ed approfondite di livello scientifico, specie ai giovani, ma che comunque assolve ad un ruolo utile e meritorio di divulgazione popolare di contenuti enciclopedici) :

“Un ciarlatano o imbonitore è una persona che esercita pratiche da guaritore, o si approfitta in modo simile della buona fede delle persone, allo scopo di ottenere soldi o altri vantaggi grazie a false pretese.”
Infatti, Massimo Fini (sul quale ci pregeremo di ritornare a fare analisi antropologiche più approfondite, proprio per la natura esemplare del suo caso), da anni pubblica saggi, scrive articoli, rilascia interviste, straparla in salotti virtuali e reali, con il piglio (fasullo) del decadente Maître à penser alternativo e controcorrente, il quale si approfitta della buona fede degli asini che lo leggono e lo stanno ad ascoltare.
Un Maestro del Pensiero che vorrebbe proporre al suo uditorio le falsamente novelle ricette dell’anti-modernismo, del primitivismo, della decrescita economica (ma con le saccocce e il conto in banca personali ben turgidi, però, e gli occhiali da sole ray ban bene in vista a simulare più carisma e sintomatico mistero…) dell’anti-democrazia, dell’anti-liberalismo, etc.
Tutto ciò, omettendo di riflettere e far riflettere sul fatto che, in tempi non moderni, non democratici e non liberali, un malmostoso rompicoglioni piagnone e savonaroliano come Massimo Fini sarebbe finito, a forza di scassare i cabasisi al prossimo dall’alto della sua condizione di privilegiato dandy dell’emisfero occidentale, dentro qualche sala di tortura o direttamente sul rogo.
E’ grazie alla Modernità che individui come Massimo Fini possono indossare i loro ray ban e i loro ben assortiti vestiti alla moda fintamente anti-conformisti,  nonché gustare le delizie dei consumi occidentali, evocando poeticamente, nel contempo, i buoni selvaggi  (mai esistiti) di rousseauiana memoria. Buoni selvaggi o selvaggi tout-court che certo non si sono mai vestiti con ricercatezza, non hanno mai preso il caffè a San Babila,  e non frequentano ville o luoghi di vacanza per annoiati intellettualini anti-sistema associati a danarosi pigmalioni, ben addentro (e con profitto) a quello stesso sistema.
Ed è sempre grazie allo stato di diritto liberal-democratico e alle mille declinazioni della libertà di pensiero, espressione e critica sancita dalla Modernità occidentale (nelle società pre-moderne tale libertà era conculcata e perseguitata e nelle società extra-occidentali contemporanee lo è tuttora) che Massimo Fini potrà continuare indefinitamente a rendere pubbliche le sue cazzate e i suoi pensamenti mediocri e fintamente originali.
Così, se proprio vuole essere coerente con se stesso (cosa tuttavia impossibile per un CIARLATANO), Massimo Fini faccia una cosa: prenda con sé Walter Veltroni e se ne vadano insieme in Africa. Veltroni ad esprimere i più lirici sentimenti della sua solidarietà civile e cosmopolita verso i poveri derelitti del continente più disagiato del pianeta (come tante volte ha dichiarato di voler fare) e Massimo Fini a vivere in mezzo alla savana in modo primitivo e decrescente, senza più approfittare degli “spregevoli” frutti della Modernità, come ad esempio l’accesso a radio, televisioni, caffè di San Babila, calate di Portofino e strumenti di raffinata informazione giornalistica come il FATTO QUOTIDIANO.
In fondo, nonostante Massimo Fini si atteggi ad uomo che disprezza “il sistema sociale e culturale moderno, capitalistico ed industriale”, mentre Fabio Scacciavillani si erge a corifeo del post-moderno turbocapitalismo predatorio, de-regolato e anarchico che invade il globo, le ideologie dell’uno e dell’altro ciarlatano si trovano accomunate nel rifiuto dei principi che hanno fondato la Modernità e che ancora caratterizzavano il mondo del lavoro novecentesco, come bene spiegava Pierfranco Pellizzetti.
Questi principi sono quelli di democrazia e liberalismo, certo, ma anche di giustizia sociale e redistribuzione economica fondate sulle conquiste industriali e tecnologiche che hanno sottratto gli esseri umani alle carestie e alle penurie che un tempo li ammazzavano in un batter d’occhio come mosche, da Oriente a Occidente.
Questi principi sono quelli di LIBERTA, FRATELLANZA, UGUAGLIANZA, EQUITA’ SOCIALE.
Principi e valori per cui hanno lottato e sono morti individui di vero spessore umano e intellettuale, ben diversi da quegli ominicchi squallidi che ululano alla Luna le proprie pretese eversive illiberali e anti-democratiche di matrice anti-moderna o post-moderna.

LE CITTADINE E I CITTADINI DI DEMOCRAZIA RADICAL POPOLARE (www.democraziaradicalpopolare.it)
[ Articolo del 2-5 luglio 2012 ]

 

A beneficio di chi considera Massimo Fini un Maître à penser

 

LE CITTADINE E I CITTADINI DI DEMOCRAZIA RADICAL POPOLARE (www.democraziaradicalpopolare.it)

[ Articolo del 23 marzo 2016 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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