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PierGiorgio Gawronski, le riforme di Renzi, Franklin Delano Roosevelt e Montesquieu

 

 

 

 

In

“Riforme: Quando il Pd disse ‘no!’ a Roosevelt”, articolo del 19 luglio 2014 by PierGiorgio Gawronski per IL FATTO QUOTIDIANO (clicca per leggere),

abbiamo riscontrato alcune importanti considerazioni.
Di seguito, intanto, riproduciamo integralmente il sapiente e arguto articolo di Gawronski:

 

 

“Molti commentatori hanno evidenziato come le riforme istituzionali di Renzi e Boschi regalino alla maggioranza parlamentare, minoranza nel paese, il controllo sulla Corte Costituzionale. La suprema Corte è il più importante baluardo di ogni democrazia, l’ultimo potere indipendente dello Stato a cedere a una svolta autoritaria. Non stupisce perciò che la coscienza di alcuni parlamentari del Pd impedisca loro di votare tali riforme. Ma come verranno giudicati dalla Storia? Conservatori, difensori un sistema farraginoso nemico della crescita? O difensori della prosperità? Un precedente interessante è quello di Roosevelt: vale la pena di rileggere il racconto e il giudizio di due storici moderni.
F.D.Roosevelt… fu eletto Presidente nel 1932… Quando assunse il potere, oltre un quarto della forza lavoro era disoccupata; molti erano precipitati nella povertà… Uno dei provvedimenti chiave del New Deal fu il National Industrial Recovery Act… che prevedeva l’intervento dello Stato in molti progetti infrastrutturali… Ma il 27 Maggio 1935 la Corte Suprema dichiarò parte del Nira incostituzionale… Nel frattempo Roosevelt… aveva firmato il Social Security Act (Ssa), che introduceva lo stato sociale moderno negli Stati Uniti: pensioni, indennità di disoccupazione, aiuti ai bambini poveri, alcune facilitazioni sanitarie; ed inoltre, il National Labor Relations Act (Nlra), che rafforzava i diritti sindacali. Anche questi due provvedimenti furono contestati dalla Corte. Mentre l’iter giudiziario procedeva, Roosevelt venne rieletto, con il 61% dei voti. 
Con la popolarità ai massimi, Roosevelt non intendeva permettere alla Corte Suprema di affondare la sua Agenda politica. Il 9 Marzo 1937 parlò alla radio:
“Mi ricordo quando, quattro anni, fa per la prima volta vi parlai da questi microfoni… Eravamo nel bel mezzo di una crisi bancaria… La ripresa dimostra quanto giuste erano le mie politiche… Ma due anni fa, la Corte Suprema ha riconosciuto la legittimità costituzionale di molte di esse con un voto di 5 contro 4. Se un solo voto fosse cambiato questa grande nazione sarebbe caduta in un caos senza speranza…”

Ovviamente non si poteva correre di nuovo questo rischio:
“L’America è governata da tre poteri: il Congresso, l’Esecutivo, e le corti. Due remano in armonia nella stessa direzione; il terzo no… La Corte Suprema si comporta non come un organo giudiziario, ma come un organo politico”.

Roosevelt disse di avere ricevuto un forte mandato popolare per cambiare questo stato di cose, e che:
‘… dopo aver riflettuto, l’unico metodo chiaramente costituzionale è quello di infondere sangue nuovo nelle istituzioni…’

Disse inoltre che i giudici costituzionali avevano un carico di lavoro eccessivo, soprattutto quelli più anziani – che, casualmente, erano quelli che si opponevano alle sue politiche. Propose dunque l’obbligo per i giudici di andare in pensione a 70 anni, e di poter nominare altri sei giudici… chiamò la nuova legge il Judiciary Reorganization Act…
Il Partito Democratico godeva di un’ampia maggioranza in entrambi i rami del Congresso. Ma la Camera rifiutò di discutere la Legge. Roosevelt allora provò con il Senato… La Commissione Giustizia tenne riunioni molto accese, e finalmente mandò il provvedimento in aula con parere negativo. L’aula lo rimandò in Commissione chiedendo che venisse riscritto, e la Commissione lo privò degli elementi sostanziali… Nel frattempo, ci furono dei compromessi… La Corte dichiarò costituzionali sia il Ssa che il Nlra.
Morale: le istituzioni inclusive e democratiche resistono ai tentativi di cancellare le loro caratteristiche. Era nell’interesse immediato del Congresso democratico di controllare la Corte e garantire così la sopravvivenza di tutta la legislazione del New Deal. Ma… i congressisti e i senatori americani compresero che se il presidente fosse riuscito a minare l’indipendenza del potere giudiziario, avrebbe distrutto l’equilibrio dei poteri che proteggeva anche loro dal presidente, e che garantiva la continuità di istituzioni politiche pluraliste.
Se avessero accettato, forse Roosevelt avrebbe poi deciso che trovare maggioranze in Parlamento richiedeva troppi compromessi, ed avrebbe perciò governato per decreto, snaturando il sistema politico americano. Il Congresso si sarebbe opposto, ma Roosevelt avrebbe potuto appellarsi alla nazione, accusando il Congresso di bloccare le misure necessarie contro la Depressione. Avrebbe potuto chiudere il Congresso con la polizia. Un’esagerazione? È esattamente quanto è successo in Perù e in Venezuela negli anni 1990. I Presidenti Fujimori e Chavez, appellandosi al mandato popolare ricevuto, hanno sospeso Parlamenti poco cooperativi, riscritto la Costituzione, e rafforzato massicciamente i poteri del presidente. Il timore di questo terreno scivoloso ha impedito ai parlamentari americani di approvare il progetto Roosevelt.
Anche la Costituzione Argentina del 1853 creò una Corte Suprema, con compiti simili a quella Usa… Nel 1946 Juan Domingo Peròn fu eletto democraticamente Presidente. Poco dopo, alcuni suoi deputati chiesero l’impeachment di quattro dei cinque giudici supremi. Fra le accuse… aver dichiarato incostituzionale una legge sul lavoro. Come negli Usa. Ma in questo caso, nove mesi dopo, il Parlamento sostituì i quattro giudici. Il controllo finalmente esercitato sulla Corte liberò Peròn dai vincoli politici. Ora poteva esercitare il potere senza condizionamenti.  … . Da allora … in Argentina è diventato normale: ogni nuovo presidente si sceglie i giudici costituzionali. Così, un’istituzione che poteva limitare il potere dell’Esecutivo è stata svuotata… L’Argentina… ha sofferto di tutti i problemi istituzionali tipici dell’America Latina… intrappolata in un circolo vizioso di cattiva politica… e di politiche economiche ‘estrattive’ contro la maggioranza dei cittadini… nemiche della crescita… alla base del declino epocale di un paese… un tempo florido.”

 

 

In effetti, colpisce alquanto la traiettoria argomentativa del noto economista e intellettuale.
Egli, infatti, pur di dimostrare la solidità, negli Stati Uniti, di quella divisione/bilanciamento dei poteri che per primo teorizzò il massone Charles-Louis de Secondat, barone de La Brède e di Montesquieu (1689-1755), ne L’esprit des lois (Lo spirito delle leggi) del 1748, e che fu recepito ab origine dai padri costituenti a stelle e strisce (anch’essi in maggioranza massoni) dal 1787 in poi, non si perita di tirare in ballo e di mettere contingentemente in cattiva luce un personaggio storico (anch’egli massone, anzi il massimo rappresentante novecentesco della Libera Muratoria progressista, come direbbero i Fratelli di GOD) quale Franklin Delano Roosevelt, verso le cui politiche economiche e verso il cui generale “New Deal”, certamente Gawronski non ha mai fatto mistero di nutrire grande ammirazione e apprezzamento.
Cosa si ricava, dunque, dai complessivi ragionamenti del giornalista-economista-politico e intellettuale romano?
Intanto che, come avrebbe detto Aristotele tradotto in latino, “Amicus Plato, sed magis amica veritas”…che in soldoni sta a significare, in questo contesto, come anche di fronte alla benemerita figura storica del grande FD Roosevelt, non si può mancare di denunciare qualsivoglia tentazione liberticida e autoritaria di accentramento improprio dei poteri, in una società che voglia continuare a definirsi compiutamente democratica e liberale.
Poi che, se i congressisti USA del Democratic Party hanno avuto negli anni Trenta la lungimiranza di affossare le proposta rooseveltiana che avrebbe potuto “addomesticare” la Corte Suprema- e dunque hanno agito per difendere un principio e un metodo, pur essendo nel merito a fianco del loro presidente nella difesa e promozione del New Deal e contro le censure costituzionali in mala fede di diversi giudici conservatori e reazionari della Corte- tanto più alcuni esponenti del Partito Democratico italiano, vuol significare con sottigliezza Gawronski, dovrebbero affossare le riforme potenzialmente illiberali di un modestissimo governante come Matteo Renzi (che, se comparato a FD Roosevelt, fa la figura di un somaro spelacchiato e ragliante dinanzi a un poderoso stallone…).
Ma a questo punto ci viene in mente una domanda, che giriamo direttamente al bravo PierGiorgio Gawronski.
Matteo Renzi sta a Franklin Delano Roosevelt come un asino malridotto a un cavallo di razza, d’accordo, ma siamo sicuri che i parlamentari attuali del PD italiano siano comparabili, per coscienza politica e civile montesquieiana, ai nobili e vigorosi congressisti statunitensi che seppero tenere a bada con energia, equilibrio e senso dello Stato, uno statista del calibro del marito di Eleanor Roosevelt?
Ai posteri l’ardua sentenza…

 

LE CITTADINE E I CITTADINI DI DEMOCRAZIA RADICAL POPOLARE (www.democraziaradicalpopolare.it)

[ Articolo del 20 luglio-3 agosto 2014 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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