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Non è una guerra, dice Lorenzo Fazio, e DRP al 99 % è d’ accordo

 

 

 

 

Anzitutto rilanciamo e proponiamo per la lettura l’interessantissimo

“Non è una guerra. Non facciamo vincere l’isteria”, articolo del 15 gennaio 2015 by Lorenzo Fazio per Il Fatto Quotidiano (clicca per leggere).

Ha molte ragioni, Lorenzo Fazio, nella traiettoria delle sue sagaci e ben delineate osservazioni.
Ragioni che condividiamo certamente, anche e soprattutto a partire da quanto esplicato di recente, a proposito dei mandanti e dei fini del cosiddetto terrorismo islamico, nell’esplosivo, brillante ma anche profondo e solidissimo libro di Gioele Magaldi (con la collaborazione di Laura Maragnani), Massoni. Società a responsabilità illimitata. La scoperta delle Ur-Lodges, Chiarelettere Editore.

Sono, un paio di piccole chiose.
A un certo punto Lorenzo Fazio scrive:

 

“Il dissenso è difficile da gestire, per il partito unico del capitale qualsiasi occasione è buona per limitarlo”.

 

Ecco, un rigurgito di concetti e terminologie marxiste fuori tempo massimo (“partito unico del capitale”), da un intellettuale arguto come Fazio non ce lo aspettiamo.
E’ sempre il capitalismo il problema?
Ma perché, quale sarebbe l’alternativa al capitalismo, id est l’economia libera di mercato, nella quale i privati siano liberi di intraprendere?
L’economia curtense di matrice feudale? La proprietà totalmente pubblica dei mezzi di produzione, che tante meraviglie ha offerto di sé nei regimi comunisti? Il corporativismo fascista o fascistoide? Nell’ambito di queste forme di produzione, gestione e distribuzione delle risorse economiche alternative al capitalismo contemporaneo, il diritto al dissenso non era ancora più limitato, talora in termini feroci e inumani?
Forse, stimatissimo Lorenzo Fazio, il problema non è il capitalismo in se stesso (ci sono peraltro diverse declinazioni possibili del capitalismo, come ha spiegato anche Gioele Magaldi nel primo volume di Massoni e come spiegherà nei successivi libri della sua pentalogia sulle dinamiche del potere in età contemporanea; e certamente JM Keynes non lo teorizzava nello stesso modo di M. Friedman o F. von Hayek, cosi come Gerard Swope non lo interpretava alla stessa maniera di John Pierpont Morgan Jr, per non parlare di Amartya Sen, Paul Krugman e Joseph Stiglitz, i quali concepiscono e difendono la libera economia di mercato con modalità antitetiche a quelle dell’oggi imperante teologia dogmatica neoliberista), che legittimamente persegue finalità, interessi e profitti di natura privata, quanto piuttosto l’assenza di poteri pubblici nazionali e sovranazionali abbastanza forti, indipendenti e saldamente democratici da poter limitare l’ingerenza di tali interessi privati e particolaristici nelle governance locale e globale del XXI secolo.
E però non sarà con le prediche e le invettive sterili che si potrà combattere un tale stato di cose.
Né con velleitarie ricette di ritorno alle piccole patrie, ai nazionalismi d’accatto e/o a forme di produzione antagoniste del libero mercato capitalista.
Occorre piuttosto, a nostro parere, contribuire ad un nuovo tipo di globalizzazione: la mondializzazione di diritti politici, civili ed economici per tutti e per ciascuno (con inclusione tra i diritti costituzionali di ogni stato del sacrosanto principio del perseguimento della piena occupazione e di una dignitosa retribuzione minima per ogni lavoratore dipendente), congiunta ad una forza politica e militare sovranazionale in grado di garantire il rispetto ubiquo di tali diritti, sia in Occidente che in Oriente, sia a Meridione che a Settentrione.
Occorre, cioè, implementare in ogni landa del pianeta i principi e le finalità a suo tempo enunciate nella Dichiarazione Universale dei Diritti Umani e ora fatti propri e ampliati in prospettiva ancora più democratica e libertaria dal Movimento Roosevelt (www.movimentoroosevelt.com).

Infine, vorremmo concordare con Lorenzo Fazio che certo qualcuno soffia in mala fede sul vento di una guerra insensata all’Islam e/o agli “stranieri non occidentali”, sul refrain già malamente intonato dello “scontro di civiltà”, alimentando xenofobie varie, emergenze anti-terroristiche ad hoc, e invocando restrizioni inammissibili di quelle libertà fondamentali in nome delle quali soltanto, ovviamente, ha senso parlare di conquiste peculiari della cultura occidentale.
Ma è anche vero che, dopo aver demistificato i grandi burattinai che utilizzano oggi il terrorismo sovranazionale come un tempo venivano impiegati, per fini altrettanto opachi, terrorismi più provinciali e casarecci (vedi ad esempio in Italia la teatrale pantomima degli estremismi neri e rossi tra anni ’70 e ‘80), qualcuno dovrà pure compiere una missione militare in Iraq e in Siria per mettere fine all’immondo regime dell’Isis (gestito da manine apolidi e internazionali, sia chiaro, che dei moventi religiosi, più o meno integralisti, fanno uso strumentale e spregevole), prima che si creino le condizioni per cui, a gran voce, per questo compito venga invocato il nome di un altro rampollo della famiglia Bush, spianandogli la strada alla Casa Bianca a forza di decapitazioni isidee e attentati sanguinosi da Parigi a Roma, dal Manzanarre al Reno…

E per meglio contestualizzare il senso di questo apparente “scontro di civiltà” - molto presunto e artificiosamente alimentato - rinviamo alla meditazione di quanto illustrato in

Charlie Hebdo, Isis e Ur-Lodge Hathor Pentalpha. Parte I (clicca per leggere)

Charlie Hebdo, Isis e Ur-Lodge Hathor Pentalpha. Parte 2 (clicca per leggere)

 

LE CITTADINE E I CITTADINI DI DEMOCRAZIA RADICAL POPOLARE (www.democraziaradicalpopolare.it)

[ Articolo del 9-16 gennaio 2015 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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