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Il Partito del Pareggio di Bilancio, cioè il vero discrimine post-moderno fra Destra e Sinistra, in Italia e ovunque

 

 

 

 

Qualche mese fa, come Movimento politico d’opinione, avevamo indicato come necessità storica per tutti i progressisti, i riformatori, i liberal-socialisti e gli autentici democratici abitanti nel Bel Paese di andare

Oltre le Destre, i Centri e le Sinistre del XX secolo: un Nuovo Centro-Sinistra per l’Italia del XXI secolo (clicca sopra per leggere).

Cioè avevamo indicato la prospettiva di un superamento dei tradizionali presupposti ideologici in nome dei quali tali distinzioni fra destra e sinistra hanno avuto senso, a partire dalla fondamentale esperienza parlamentare francese di fine XVIII° secolo- originario punto di snodo di ogni riferimento direzionale/spaziale (centro, destra, sinistra) per la dialettica politica- e di un definitivo rigetto della ingannevole narrazione marxiano-comunista, insieme all’ormai logora e datata prospettiva social-democratica classica.
La rotta che proponevamo era essenzialmente quella del liberal-socialismo o social-liberalismo.

Oggi, a metà settembre 2011, siamo in grado di tracciare vieppiù un nuovo/antico spartiacque fra destra e sinistra, prendendo come punto di riferimento la retorica manipolatoria del cosiddetto “pareggio di bilancio”.
Abbiamo parlato diverse volte di questo tema nelle ultime settimane (si vedano i vari contributi di luglio-agosto e, da ultimo: A proposito del riformismo di sinistra, di Tremonti ed EuroBond e della faccia di bronzo di Trichet, Draghi e Merkel. Democrazia Radical Popolare solidarizza con lo sciopero della CGIL contro l'ingiustizia di manovre inutili, squinternate, depressive e foriere di macelleria sociale aggravata ), ma ora vorremmo farne il ragionato limes tra coloro che nel XXI°secolo hanno il diritto di collocarsi e definirsi a sinistra dello schieramento politico e coloro che devono assumersi la pubblica responsabilità di essere immancabilmente incastonati nella vecchia/nuova destra di inizio Terzo Millennio.
A prescindere dalle pantomime con cui non pochi conservatori si sono infiltrati nelle file dei partiti della gauche italiana.
Questo dei falsi progressisti, falsi laici, falsi liberali, falsi socialisti, falsi democratici (e veri conservatori, veri baciapile semi-confessionali, veri autocrati narcisisti, veri cicisbei a vocazione oligarchica e pseudo-aristocratica) è senz’altro un tema che tocca da vicino le sorti di un partito che ci sta a cuore, il PD.
Un esempio eclatante fra coloro che dovrebbero auto-sospendersi a tempo indeterminato dal principale partito d’opposizione attuale, è Massimo D’alema, alias Viceconte (o Nobiluomo) Maximus Dalemianus.
Lo avevamo inserito-pur con determinate avvertenze e precauzioni- in una lista di futuri amministratori della res publica, all’interno delle 10 Serie di Proposte per il Governo dell’Italia dal 2011 in poi,  da Democrazia Radical Popolare al Nuovo Centro-Sinistra (da costruire sulle ceneri del Vecchio).
Presto espungeremo dalla lista diversi altri personaggi, i quali hanno definitivamente mostrato di non essere all’altezza di un futuro governo deciso, concreto, forte, costruttivo e lungimirante per il rilancio politico, economico, civile e culturale della nazione italiana.
Di D’Alema che dire più di quello che hanno magistralmente scritto Luca Telese, Silvia Truzzi e Sergio Di Cori Modigliani un paio di giorni fa?
Rinviamo perciò i nostri lettori a:

“D’Alema viceconte del Vaticano e i gay” by Luca Telese per IL FATTO QUOTIDIANO del 14 settembre 2011 (clicca sopra per leggere)

“Il Viceconte Max D’Alema contro il matrimonio gay”by Silvia Truzzi per IL FATTO QUOTIDIANO del 14 settembre 2011 (consultabile per ora su Dagospia, postato il 14 settembre 2011 alle ore 13.31) (clicca sopra per leggere)

“Finalmente un po’ di onestà: il vice conte del Vaticano, N. H. Maximus Dalemianus, getta la maschera e scende in campo a fianco di Papa Ratzinger” by Sergio Di Cori Modigliani per “Libero Pensiero: la casa degli italiani esuli in patria” (http://sergiodicorimodiglianji.blogspot.com) del 14 settembre 2011 (clicca sopra per leggere)

Certo, non sarà semplice indurre questo rapace e vanesio personaggio a ritirarsi sua sponte, ma confidiamo nel suo istinto di auto-conservazione, anche perché non era solo Filippo Penati ad avere scheletri nell’armadio…
E Sor Baffino capisce che intendiamo dire.

Si parlava di questo nuovo mantra dogmatico molto à la page fra i decadenti e decaduti politici nostrani di destra e di sinistra: “rendiamo il pareggio di bilancio un obbligo costituzionale…”.
Prima che sia troppo tardi, invitiamo tutti gli aspiranti statisti del centro-sinistra a riflettere sul fatto che, mentre abbattere il debito pubblico sarà cosa utile, buona e giusta quando l’economia sarà ripartita (grazie agli EuroBond e al loro uso per rilanciare lavori pubblici europei e infrastrutture, occupazione, commerci, produzioni industriali e reddito, aumento dei consumi, etc.) e allora si potranno persino avere annate con bilanci dello stato in attivo, invece che in semplice pareggio, realizzare adesso-in fase recessivo-depressiva-il pareggio di bilancio costituzionale, significa inaugurare una stagione di crisi economica dieci volte più grave della presente, con pericolose rivolte sociali come certa conseguenza.
Ma per chi sta a destra (cioè vuole conservare la scolastica neoliberista che ha condotto l’Europa e gli USA ai disastri economico-finanziari attuali e se ne fotte delle distruzione della classe media, della disoccupazione galoppante, dell’ingiustizia sociale sempre più diffusa, del divario abnorme fra chi ha tutto e chi ha poco o nulla), comprendiamo bene come una politica di austerità sia il miglior viatico per essere giustificati a svendere e/o regalare beni e aziende dello stato e ad incrementare politiche cosiddette di sussidiarietà, che consistono essenzialmente nel delegare la gestione di servizi pubblici a società private (con il falso e truffaldino pretesto di un presunto risparmio), le quali quasi sempre costano alla collettività degli utenti più di quanto dovrebbero; con larghi profitti per le imprese sussidiarie, tangenti per i politici che le supportano, oneri eccessivi per il pubblico erario.
Per chi sta veramente a sinistra (a favore di giustizia sociale, politiche occupazionali concrete e durature, irrobustimento della classe media e tutela del lavoro subordinato, libera economia di mercato in dialettica complementare e fruttuosa con un forte welfare state e con una capacità regolativa e redistributiva affidata ai rappresentanti del popolo), invece, è un assurdo delitto sociale, oltre che un suicidio politico, caldeggiare le ricette ora e sempre neoliberiste e monetariste (in senso friedmaniano) dell’attuale tecnocrazia che domina la BCE (Mario Draghi etero-diretto da Goldman Sachs in testa) e che trova sponda politica in Angela Merkel, Nicolas Sarkozy e altri politicanti a libro paga di coloro che si compreranno in un sol boccone e a quattro soldi beni e imprese degli stati europei in difficoltà.

Ora, a completamento di questo nuovo discrimine fra chi sta veramente a destra e chi sta veramente a sinistra, citeremo alcuni efficaci passaggi di un libro di uno storico contemporaneo italiano.
Con alcune precisazioni preliminari.
Noi di DRP non condividiamo alcune radicalizzazioni anti-capitalistiche che il lettore troverà implicite o esplicite nelle riflessioni del professor Piero Bevilacqua che stiamo per riportare.
Noi di DRP riteniamo che sistema capitalistico e democrazia liberale siano inscindibili.
Perciò siamo a favore del cosiddetto “CAPITALISMO”.
Riteniamo anche che la libera economia di mercato non sia altro che l’espressione naturale della fondamentale libertà che deve poter caratterizzare gli uomini (singoli o associati) all’interno di contesti pluralistici e democratici, insieme alle libertà di espressione, di stampa, di critica e all’esercizio di tutti i diritti politici e civili.
Questo, perché Noi siamo LIBERALI.
Però, pensiamo anche che il mercato non si regolamenta da sé, che l’umanità non deve essere soggetta a malthusiane leggi delle giungla.
Pensiamo che, al massimo di libertà produttiva, commerciale e finanziaria privata, deve corrispondere un autorevole ruolo dello Stato, capace di attivare meccanismi di redistribuzione della ricchezza, sostegno all’occupazione e alla crescita economica quando il mercato si inceppa, assicurazione di un livello di vita dignitoso per tutti i cittadini (non attraverso sussidi/elemosine, bensì mediante interventi chirurgici che allarghino l’offerta di lavoro e servizi fino a quanto è necessario per il benessere complessivo di ciascun individuo e dell’intera collettività).
In questo senso, siamo SOCIALISTI.
Per dirla meglio, siamo degli autentici DEMOCRATICI LIBERAL-SOCIALISTI e il nostro modello di riferimento è il miglior Franklin Delano Roosevelt con il suo NEW DEAL (prima degli errori involutivi del 1937).
Noi rappresentiamo la SINISTRA del futuro, in Italia come altrove.
Chiarito tutto ciò, con le seguenti citazioni tratte dal libro di Piero Bevilacqua, Il grande saccheggio. L’età del capitalismo distruttivo, Laterza, Roma-Bari 2010, speriamo di poter chiarire agli italiani, agli europei e agli altri osservatori stranieri che ci seguono, chi stia veramente a DESTRA- da almeno trent’anni a questa parte- e cosa significhi avere posizioni CONSERVATRICI nel XXI° secolo.
Se quando ascoltate un politico sedicente di sinistra, vi parla di privatizzazioni/liberalizzazioni ad ogni costo, di pareggio di bilancio a prescindere, di tagli e austerità per poi (chissà quando?) poter crescere, di flessibilità e nuove regole più blande a tutela del lavoro dipendente per facilitare l’occupazione futura, sappiate che vi sta mentendo triplicemente.
Vi mente perché le cose non stanno come vi sta raccontando.
Vi mente perché non è un politico di sinistra.
Vi mente, anche alla luce delle sagaci analisi di intellettuali come il buon Bevilacqua, che è in ottima compagnia (svariati premi Nobel) nel denunciare il fallimento della dogmatica neoliberista tuttora imperante.

La parola a questo interessante storico, uno dei massimi esperti delle relazioni fra economia, risorse naturali, ambiente e comunità umane:

       
“Il capitalismo è entrato in un’epoca di distruttività radicale. Ci trascina in un vortice che
dissolve le strutture della società, decompone lo Stato, cannibalizza gli strumenti della
rappresentanza politica e della democrazia, desertifica il senso della vita. Al tempo stesso
va divorando, sino al limite del collasso, le risorse naturali sul cui sfruttamento ha fondato
i propri trionfi economici. Ma è una verità che rimane sullo sfondo, occultata, e non appare
se non nelle proteste di singoli intellettuali e gruppi, messi ai margini della cultura ufficiale.
La crisi economica e finanziaria recente, anziché costituire occasione di una riflessione
profonda, in grado di ripensare gli squilibri insostenibili della gigantesca macchina economica
del capitale, diventa il terreno di rilancio di un modo di produzione sempre più privo di ragioni                    
sociali e ambientali. Come gli aruspici dell’antica Roma, detentori di occulta sapienza,
economisti e commentatori, esperti e dirigenti di organismi economici e finanziari vanno
da tempo frugando le viscere ancora fumanti delle vittime per scorgere i primi segni
della ‘ripresa’, per cogliere segnali incoraggianti che annuncino l’ ‘uscita dal tunnel’, la
fine della crisi. Ed è tutto un brusio di voci e sussurri sui segni annunciatori della svolta,
della fine della lunga notte. Gli indovini, che hanno così clamorosamente fallito nella
capacità di predire la grande burrasca, s’avventurano nuovamente in un mestiere in cui
hanno già provato la loro insuperabile inettitudine. Un giorno è l’ultimo indice del grado
di fiducia dei consumatori americani, un altro giorno è la volta degli ultimi dati del pil
della Cina, un altro ancora è la ripresa degli ordinativi nell’industria tedesca. E allora è
tutto un gridio sommessamente giubilante: ‘si riparte’, ‘stiamo uscendo dalla crisi’,
‘riprendiamo la corsa’, ‘lo sviluppo si rimette in moto’ […] Una cultura economica che
da tre decenni sta trascinando il mondo da una crisi all’altra, con cadenze sempre più
ravvicinate e con crescente intensità, rialza la testa pronta a raccontarci- con la sua
sdrucita semantica- la storia di sempre, a indicarci il luminoso avvenire che ci attende
[…] Ma è davvero così? Abbiamo assistito soltanto alla solita crisi ciclica e tutto
riprenderà come prima? La fine della tempesta finanziaria e il ritorno alla ‘normalità’
metterà tutto a posto? […] Ma la storia sta assumendo un esito imprevisto. Ora la
crisi viene a colpire in pieno gli Stati, mettendo in scena uno spettacolo degno ‘della
età mondiale’ costruita con tanta pompa dalla retorica degli ultimi decenni. Mentre
concludiamo questo saggio, l’euro e non pochi Stati sovrani europei sono investiti dalla
tormenta finanziaria messa in atto dalla speculazione. Una manovra predatoria di
banche e gruppi finanziari che il linguaggio pubblico definisce mercati, e che in realtà
sono le potenze infernali scatenate con la deregolamentazione dei capitali dagli
apprendisti stregoni neoliberali a partire dagli anni ’80. I governanti europei che ora
annaspano sotto i colpi della speculazione sono vittime delle loro stesse creature […]
come ha ricordato Marcello De Cecco ‘l’esplosione dei debiti pubblici dei paesi sviluppati
è stata indotta dalla necessità di salvare le banche private, condotte dai loro manager
sulla soglia del fallimento per gli eccessi ai quali si erano abbandonati negli anni del
nuovo secolo e fino al 2007. Ora le stesse banche, salvate a costi stratosferici dagli Stati
(oltre il 24% del pil nel caso della Germania) accusano questi ultimi, con l’ausilio delle
tre Parche del rating, regine dei pareri in ritardo e delle profezie ex post, di avere debiti
pubblici insostenibili e impostano lucrose operazioni al ribasso sui medesimi’ […]
Ma la novità rispetto agli altri cicli storici del capitalismo industriale non si arresta qui.
Gli aspetti davvero inquietanti sono altri […] la fase montante dell’accumulazione
capitalistica, nel corso degli anni Ottanta e soprattutto Novanta, si è realizzata-
diversamente dai suoi precedenti storici- non solo con un limitato incremento di posti
di lavoro, circoscritto ad alcuni settori; essa si è affermata attraverso forme
assolutamente inedite di precarizzazione del lavoro, con l’espulsione in massa di operai,
soprattutto anziani, da vari settori produttivi, con la sottoccupazione e con l’aumento
considerevole della disoccupazione reale. Nel punto più alto del processo di
accumulazione di questa fase, ovvero negli Usa, l’assorbimento della forza lavoro ha
avuto caratteristiche del tutto particolari. In parte sono dilagati il part-time e la
occupazione a tempo determinato. Ma ai lavoratori è stato chiesto di allungare sempre
più la giornata lavorativa […] Lavoro in più, con condizioni salariali e di reddito
peggiorate a causa delle pressioni padronali per ridurre la copertura della assistenza
medica e i benefici pensionistici. Senza dire che nelle periferie delle grandi città, come
New York e Los Angeles, sono diventati attivi i cosiddetti sweatshops, le ‘fabbriche del
Sudore’, così diffuse in Cina, dove ragazzi e adolescenti, in genere figli di immigrati,
lavorano e lavorano per l’intera giornata con salari da fame, mentre tra un milione
e un milione e mezzo di bambini immigrati sono impegnati nei campi, in alcuni casi
sin dall’età di 3-4 anni. Attendiamo un Charles Dickens americano che racconti le
nuove miserie ottocentesche dell’America neoliberale. Non è tutto, i bassi salari, la
sottoccupazione e la disoccupazione della grande massa dei lavoratori americani
e di una parte crescente del ceto medio hanno avuto un esito oggi ben noto, ma
denunciato per tempo da alcuni osservatori americani non accecati dal conformismo
dominante. Per sostenere il proprio livello di vita, ma anche per rispondere
all’incitamento quotidiano al consumo, molte famiglie si sono indebitate fino al collo.
[…] Senza dire che lo Stato americano, riducendo negli ultimi decenni sia il welfare
sia la pressione fiscale sui redditi alti, ha trasferito ricchezza ai grandi ricchi, alle
imprese, sostenendo a sua volta, con denaro pubblico e facilitazioni, il processo di
accumulazione truccato di questi anni. E’ oramai chiaro: il vecchio sistema interpretativo
delle crisi cicliche non funziona più. Anche nelle fasi alte di crescita il capitale non è
più in grado di diffondere lavoro e reddito per la grande massa della popolazione. La
modernizzazione industriale, questo processo secolare animato e promosso dal conflitto
storico tra operai e capitale, che ha trasformato profondamente le società
dell’Occidente, è collassato. Come vedremo in seguito, il capitale è entrato in una
fase di maturità che lo porta alla distruttività sociale delle sue origini […] Ma in questo
tracollo c’è anche e soprattutto la chiusura di aziende, la distruzione di capitale
costante, macchinari, materie prime, energia incorporata in essi. Ci sono risorse
naturali trasformate in merci che degradano. Ci sono lavoratori che finiscono in mezzo
alla strada […] Occorre travalicare i confini della cultura economica che ha reso possibile
il collasso, che ha generato la crisi, per comprendere che non si è verificato un semplice
guasto […] E’ il motore, il cuore della macchina, che è bloccato dalla ruggine e non ce
la fa più […] Anche noi crediamo, e cercheremo di mostrarlo, che l’ondata di politica
neoliberista che ha dominato l’economia mondiale nell’ultimo trentennio costituisca
un gigantesco, selvaggio e in parte disperato, tentativo del capitale di arrestare la caduta
del saggio di profitto che ristagnava ormai da alcuni decenni. Esso doveva far ripartire il
processo di accumulazione, frenato dalle conquiste operaie degli anni Sessanta e
Settanta e dall’efficacia redistributiva dello Stato sociale. Solo le politiche economiche
keynesiane infatti, tra il 1945 e i primi anni Settanta, governando i profitti con
capacità redistributiva, hanno significativamente tenuto in equilibrio il sistema, nascosto
le sue tendenze distruttive, allontanato per un trentennio le crisi cicliche […]
E per perseguire un tale obiettivo il capitale ha messo in campo tutte le sue più
potenti armi di conquista, ha scatenato apologeti della nuova fede in ogni angolo
del mondo, ma ha anche demolito pilastri importanti dello stato sociale, abolito
tutele sindacali, sicurezze stratificate nel tempo. L’intera società industriale dello
Occidente, costruita con ampli conflitti nel corso del XX secolo, è stata fatta
indietreggiare […] Anche il lavoro impiegatizio e dirigenziale ha subito ristrutturazioni
drammatiche e la caduta nel limbo quotidiano della  licenziabilità immediata […]
il capitale […] è andato a cercare manodopera dov’essa era più affamata e priva di
tutele, ha mobilitato e fagocitato nel processo di produzione interi continenti, per
ridurre le risorse naturali in merce. Mai la Terra aveva subito un saccheggio così
vasto e intenso da quando esiste la società industriale […] Abissi di iniquità sociale
sono stati creati fra i paesi ricchi e quelli poveri, ma anche all’interno delle società
di antica industrializzazione. Non è bastato. Gran parte degli obiettivi sono stati
mancati. Perfino quelli della crescita economica sperata. Alla fine l’esperimento è
crollato con uno schianto talmente fragoroso che la sua eco si udrà a lungo sotto i
nostri cieli. Eppure non si vuol prendere atto di quanto è accaduto. Governi, imprese,
economisti si trovano di fronte a sfide titaniche, a scenari del tutto inediti, e pensano
di poterli affrontare correndo ancor più velocemente, ma sempre nella stessa direzione,
lungo l’unico sentiero conosciuto. Quella strada, però, è in gran parte franata. L’abbiamo
visto, e lo vedremo più diffusamente nelle pagine che seguono: la crescita economica
non riesce più a creare, con l’ampiezza che sarebbe necessaria, occupazione. Il cane
si morde la coda: senza lavoro vero, dignitoso e ben pagato, senza redditi sufficienti,
l’immenso flusso di merci che una macchina produttiva di inaudita potenza rovescia
in maniera crescente sul mercato trova sempre meno acquirenti. I profitti non si
realizzano. Il sistema si imballa. Certo, ci sono sempre nuovi mercati da conquistare,
ad esempio nei paesi cosiddetti in via di sviluppo e nelle regioni a basso reddito […]
Poi i salari saliranno anche in Cina, in India, in Brasile, in Africa e l’uniformità sarà
totale […] Anche per il pensiero economico dominante la Terra si rivelerà per quello
che è, come si è già rivelata al pensiero ecologico: un sistema chiuso. La storia
millenaria della falsa infinità della natura sarà finita, così come la possibilità di
fughe spaziali del capitale […] a quel punto-a meno di catastrofi ambientali che
sconvolgano tutto il quadro- il conflitto frontale tra le ragioni del profitto privato e
e quelle del lavoro sociale diverrà in aggirabile. Ma intanto, anche nei paesi di antica
industrializzazione, per realizzare i suoi profitti e competere sul mercato mondiale, il
capitale ha bisogno di ridurre la massa del lavoro retribuito, di estrarre sempre
più plusvalore-cioè profitto per sé- intensificando i ritmi delle prestazioni o
allungando la giornata lavorativa degli occupati […] Questi lavoratori mal pagati,
con bassi redditi, insicuri del proprio domani, impossibilitati a progettare la
propria vita, hanno però un grave difetto: non sono dei bravi consumatori,
spendono poco. Chi consumerà allora la massa crescente degli innumerevoli beni
che essi producono con il loro lavoro parziale e saltuario? […] Si dice e spesso si
strilla: occorre fare ricerca, accrescere la produttività, immettere nuovi prodotti,
vincere la concorrenza  e così creeremo nuovi posti di lavoro qualificati. In Italia
questa cantilena risuona da anni ad ogni angolo di strada. Ma con scarsi risultati
reali. Le classi dirigenti del nostro paese non hanno mai superato la loro storica
indifferenza nei confronti di tutto ciò che è ricerca, università, mondo degli studi.
La loro rozzezza culturale fa oggi spettacolo sulla scena della vecchia Europa.
Ma bisogna porsi serenamente delle domande e placare la gazzarra propagandistica.
Occorre essere competitivi, si dice, vincere la concorrenza. Intanto la concorrenza
di chi? Nel mercato globale siamo tutti concorrenti. Chi vince? Chi perde? Ogni
capitalismo nazionale esorta i propri connazionali a competere, e usa le proprie
retoriche come una frusta ideologica per sottomettere l’intera società ai suoi ritmi
e ai suoi obiettivi. In una società che ormai affonda in un oceano di merci tutti
dovremmo curvare la schiena per impegnarci in una lotta allo spasimo per produrne
sempre di più. Ma questa lotta, poi, ha risultati finali a somma zero. Si vince in un
settore e si perde in un altro. Nessuno vince dappertutto. E poi vincono solo alcuni,
sempre i più pochi, i più grandi e potenti, e perdono tutti gli altri. E nel corso di
questa lotta si producono picchi inauditi di ricchezza per una minoranza e bassi
redditi per la grande massa. Mentre si distruggono ricchezza, imprese, macchinari,
tecnologie, che soccombono come armate sconfitte sotto i colpi di chi vince
temporaneamente la battaglia. E’ questo lo spettacolo che campeggia sulla scena
mondiale dopo trent’anni di fasti neoliberisti. Lasceremo fare ancora tutto al ‘libero
mercato’? Homo homini lupus ancora di più nell’arena dell’economia globale?
E che cosa ne  verrà fuori se non l’ulteriore degradazione del paesaggio di rovine che
abbiamo sotto gli occhi? Con quale dignità intellettuale si continuano ad ignorare
le smentite fragorose che vengono dalla realtà storica? […] il capitale, in assenza di
un antagonista che lo costringesse a questa scelta progressista, in mancanza di
forze politiche e sindacali che lo spingessero a proseguire il vecchio sentiero storico
della modernizzazione industriale, ha ripiegato sul terreno più vantaggioso e
facile delle delocalizzazioni nei paesi poveri e a bassi salari, dell’outsourcing,
del decentramento organizzativo, della precarizzazione e dell’intensificazione
dello sfruttamento del lavoro nei paesi di antica industrializzazione. Questa
scelta sembra iscriversi in una linea di continuità. In realtà costituisce una
diversione da un percorso ‘progressista’ del capitale di immensa portata nella
storia delle società. Il sistema, privatosi della spinta e dell’intelligenza riformatrice
del suo antagonista storico, ha imboccato una via senza uscita,e trascina
all’indietro l’intera società. Di tale scelta politica non si vuol prendere atto e
si crede di poterne ammansire gli esiti sociali coni pannicelli caldi del ‘lavoro
flessibile’, della ‘riforma del mercato del lavoro’, della ‘liberalizzazione’, ecc.
Tutte trovate pubblicitarie, espedienti propagandistici con cui il ceto politico
cerca di scaricare sul lavoro il rischio imprenditoriale, retoriche che oggi
galleggiano nel dibattito pubblico come rifiuti apologetici, testimonianza
di un fallimento strategico non più occultabile […] Dovrebbe dunque apparire
chiaro che non ci sarà ‘ripresa’ e che non è il caso di aspettarla. Godot non
arriverà. Il ritorno alla cosiddetta ‘normalità’ non può che essere la replica
peggiorata di quanto è fino ad ora accaduto […] l’economia reale ha bisogno
di ben altro di una ‘ripresa’. I disoccupati che aumentano drammaticamente
di numero in tutti i paesi del mondo, al passare di ogni mese, non sono solo
l’esito del tracollo recente. In questo esercito di disperati ci sono i cinquantenni
che nessuna impresa assumerà più, ci sono i lavoratori part-time che lavorano
qualche mese l’anno e che servono a innalzare le stime ufficiali degli occupati,
ci sono i giovani che escono dalle scuole e dalle università e trovano il deserto,
ci sono le donne e gli uomini che da tempo hanno smesso di cercare lavoro e
non figurano in nessuna statistica. Non è di ‘ripresa’ che abbiamo bisogno, ma
di cambiamenti di vasta portata […]Certo, non esistono soluzioni pronte all’uso.
Non ignoriamo le   grandissime difficoltà che ci si parano davanti.
Il tracollo storico dei partiti operai e popolari alimenta il peso dei poteri dominanti
sotto forma di  quotidiana rassegnazione per chi aspira a una società diversa […]
Oggi proprio il collasso economico e finanziario consente l’uso di nuove e antiche
parole, apre spiragli di possibilità materiali che vanno sperimentate con nuova e
coraggiosa creatività politica. Occorre ridurre drasticamente la giornata lavorativa
e distribuire il lavoro come un bene, non come una merce. Sempre più necessario
apparirà inserire molteplici ambiti dell’economia produttiva e dei servizi entro la
sfera dei beni comuni. Non solo il lavoro, ma anche i sistemi sanitari, l’acqua, la
terra fertile, la biodiversità naturale e agricola, la scuola e la formazione, gran parte
dell’agricoltura e dei sistemi alimentari vanno sottratti all’economia di mercato o
regolamentati in forme inedite che tengano conto delle dimensioni mondiali. Oggi
anche ambienti liberal americani si rendono conto che perfino sotto un profilo di
economicità ed efficienza alcuni ‘settori’ della società non sono regolabili dal
cosiddetto mercato […] Non si tratta di ricreare nuove burocrazie di controllo come
nelle esperienze del socialismo reale. Si possono gestire tanto attività produttive
che istituzioni di welfare accrescendo la democrazia, la partecipazione dal basso
dei cittadini. Tra l’altro, appare sempre più decisamente questa la via che fa sentire
felici gli uomini e le donne delle società attuali […] Un libro dei sogni? E’ sotto gli
occhi di tutti che la politica non era mai precipitata in tanta impotenza come da
quando ha smesso di sognare e di far sognare. In realtà, si tratta di una strada
realistica e percorribile, sapendo che le grandi trasformazioni hanno tempi lunghi,
ma anche tappe ravvicinate. E lo strumento per percorrerla è quello di sempre,
l’antica leva dell’emancipazione popolare: la lotta. Il motore politico che ha
trasformato il dominio assoluto del capitale in società industriale, il potere unico
di una classe nel pluralismo dei poteri sociali. Senza la potenza attiva di tale
antagonismo l’intera società capitola sotto un dominio unico. E’ dunque il conflitto
sociale che occorre far rinascere in grande stile, tanto su base locale-del resto già
diffusissimo- quanto sulla nuova scala mondiale in cui si pone oggi la gran parte
dei problemi. Sapendo che non partiamo da zero. Nel mondo sono ormai decine di
milioni le persone che animano i movimenti, moltitudini in crescita, ancora non
captate dai radar dei media. E tuttavia le potenze che oggi trascinano il mondo di
crisi in crisi non cederanno di un pollice se non saranno battute sul campo. Bisogna
ridare alla classe operaia, alle masse popolari, ai nuovi ceti del lavoro intellettuale
-ormai considerati come mero serbatoio elettorale-, a quella che era la classe media,
una rappresentanza politica che ne esprima i bisogni reali, che trasformi le loro spinte
in nuovi rapporti di forza nella società e dentro lo Stato […] Contrariamente a quanto
sembra suggerire la temperie dei nostri anni, la storia non è finita […] La lotta pur tra
difficoltà e delusioni, quando si inscrive in un orizzonte visibile di possibilità, quando è
ispirata da un obiettivo di giustizia, quando è illuminata da una partecipazione corale,
costituisce pur sempre, per chiunque la pratichi, una ragione di vita in un mondo
altrimenti svuotato di senso. E questa può essere la formidabile leva morale con cui
battere un avversario sempre più privo di orizzonti, di ragioni, di proposte”
(Piero Bevilacqua, Il grande saccheggio. L'età del capitalismo distruttivo, Laterza, Roma-Bari 2010, pp. IX-XII, XV-XXV, XXVIII-XXIX, XXX-XXXII )

Amen!
E che l’intelligenza per capire e la volontà per agire accompagni tutti coloro che vorranno addossarsi l’immenso onere di creare un Nuovo Centro-Sinistra (in Italia, in Europa e negli USA) all’altezza delle sfide che ci attendono e della protervia dei nostri avversari.

[ARTICOLO DEL16 SETTEMBRE 2011]

LE CITTADINE E I CITTADINI DI DEMOCRAZIA RADICAL POPOLARE.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Per comunicazioni, scrivete a: info@democraziaradicalpopolare.it