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Il Manifesto New Deal per la Calabria antesignano del Manifesto rooseveltiano (a cura di DRP e GOD)

 

 

 

 

Facendo seguito a quanto illustrato in

Il Movimento Roosevelt e l’Associazione New Deal per la Calabria (a cura di DRP e GOD) (clicca per leggere),

e rinviando a

“L’associazione ‘New Deal per la Calabria’ presenta un manifesto politico-programmatico”, articolo del 15 novembre 2014 by Francesco Maria Toscano (clicca per leggere)

per la visione in formato pdf del Manifesto New Deal per la Calabria,

qui di seguito ne riproduciamo integralmente il testo.
Si tratta di un documento programmatico che declina su un orizzonte più limitato ciò che altrove verrà proposto worldwide, con il Manifesto rooseveltiano.
Parliamo di un orizzonte più limitato, ma non per questo poco rilevante.
Anzi, si tratta di una importante sfida archetipica su un territorio, quello calabrese, inteso come metafora significativa dell’intera Penisola. Un progetto da implementare in una delle regioni più martoriate d’Italia, ma che si propone come offerta paradigmatica da emulare anche sul piano nazionale.
Ecco di che si tratta:

 

MANIFESTO NEW DEAL PER LA CALABRIA

LIBRO BIANCO PER LA CALABRIA

L'Associazione “New Deal per la Calabria”, affluente regionale del più generale Movimento Roosevelt, sottopone all'attenzione dei candidati presidenti e consiglieri della Regione Calabria il seguente Libro Bianco di interventi puntuali e concreti per rigenerare il tessuto socio-economico e civile del territorio calabrese.
A seguire, quale solido supporto ideologico ed esplicativo di tale Libro Bianco, proponiamo un originale Manifesto programmatico che costituisce la declinazione regionale e particolare del più universale Manifesto rooseveltiano di imminente pubblicazione.
Ecco alcuni specifici e chirurgici interventi che riteniamo essenziali per rilanciare il benessere delle nostre comunità:

1) Alta scuola di formazione civile e politologica

Una eccellenza formativa, in grado di attrarre studenti da ogni parte del mondo per la qualità e la varietà di un insegnamento multidisciplinare affidato alle cure di scienziati, premi nobel, docenti di respiro internazionale, esperti anche non accademici di sicuro prestigio, protagonisti del nostro tempo di ogni latitudine geografica e culturale.

2) Zes (zona economia speciale) per il porto di Gioia Tauro

Incentivi fiscali ed agevolazioni statuali per attrarre investimenti stranieri e sviluppare un'area che conosce un altissimo tasso di disoccupazione giovanile, ma che avrebbe grandi potenzialità di sviluppo.

3) Gestione lungimirante e preventiva delle aree di interesse sismico e idrogeologico.

Interventi mirati per la messa in sicurezza di luoghi ed edifici. Un grande piano destinato a limitare possibili rischi e l'eventuale ripetersi di drammi figli dell’umana incuria.

4) Parco delle serre

Una delle più belle zone della Calabria, finalmente destinata allo splendore che merita. Una struttura potenzialmente in grado di sviluppare enorme interesse e presenze turistiche nazionali e internazionali.

5) Istituzione di un corpo di volontari istituzionali

Dare vita ad una formazione di eccellenza, costituita dalle migliori intelligenze ed energie calabresi, e destinata a fronteggiare e limitare i crescenti drammi sociali.

6) Sistemazione del lungomare Palmi-Gioia di Tauro e valorizzazione piena del parco fluviale attiguo

Costruzione di un'opera in grado di unire i lungomari di Palmi e Gioia Tauro e strutturazione di una intera area pronta a riscoprire una forte vocazione turistica.

7) Semplificazione dell'accesso al credito

Interventi legislativi mirati allo sblocco del credito, anche mediante l'eventuale creazione di un nuovo istituto a partecipazione pubblica, in grado di finanziare le migliori idee imprenditoriali del territorio calabrese.

8) Completamento del porto di Giovino

Si tratta di un'opera fondamentale per il futuro di Catanzaro. Un intervento
infrastrutturale strategico.

9) Mobilità sul cosentino

Riqualificazione delle reti ferroviarie e metropolitane, ora sottoutilizzate, per migliorare i collegamenti di aree intere a rischio di isolamento sociale ed economico.

10) Rilancio del comparto agricolo

Un settore vitale per l'intera Calabria, a partire dalla valorizzazione di un prodotto unico come il bergamotto. Un forte intervento pubblico per migliorare un settore di potenziale eccellenza e renderlo in grado di essere competitivo sui mercati globali.

11) Alta velocità

Perché l'alta velocità deve finire a Napoli? Il prossimo consiglio regionale chieda e pretenda rispetto dal governo nazionale e ottenga l'implementazione, anche sul territorio calabrese, di questa importante e strategica infrastruttura tecnologica.

12) Messa in sicurezza del porto di Vibo Marina e del litorale
La presenza del porto costituisce un importante opera per il rilancio del sistema economico produttivo dell'intera provincia di Vibo Valentia, sia da un punto di vista turistico che commerciale.

13) Immigrazione

Gli immigrati pongono questioni di gestione in ambito urbano e territoriale con ricadute in termini di sicurezza urbana e conseguenti profili socio-economici. E' necessario che la classe politica prenda atto di questa pressione
antropica e crei strumenti legislativi che a loro volta incardinino processi virtuosi di ricadute attraverso l'integrazione nella città, oramai, sempre più interetnica.


MANIFESTO IDEOLOGICO-PROGRAMMATICO

Perché l'Italia e l'Europa vivono una fase di profonda depressione? Perché le regioni più deboli, in particolare la Calabria, sono afflitte da un tasso di disoccupazione giovanile che spesso supera il 50%? Cosa è accaduto nel mondo negli ultimi trent'anni? Quali calamità hanno trasformato il ricco Occidente in luogo di miseria e di esclusione sociale? Questi sono gli interrogativi che dovrebbero assillare dappertutto l'intellighentia continentale, più solerte nel denunciare sprechi, caste e malversazioni, che non nel vedere e comprendere il dramma storico che è sotto gli occhi di tutti noi. La crisi di civiltà che oggi minaccia dalle fondamenta l'area euro-atlantica non verrà risolta impedendo ad una classe dirigente mediocre, corrotta ed eterodiretta di ricevere fondi pubblici. Questo è l'ultimo dei problemi. La prospettiva va piuttosto ampliata, cogliendo con precisione le vere dinamiche che hanno dato vita ad un equilibrio di potere che rispolvera nei fatti atmosfere cupamente ottocentesche e neo-restauratrici di assetti antidemocratici e antiegualitari.
Come tutti dovremmo ben sapere, la contemporaneità è frutto delle rivoluzioni illuministiche di fine Settecento e dell'onda lunga rivoluzionario-riformatrice otto-novecentesca. L’Ancien Régime crollava sotto la spinta di nuove forze, risolute nello spezzare vincoli ormai superati ed anacronistici. Gli uomini desideravano mobilità sociale e dinamismo politico ed economico. Sentivano il bisogno di poter essere finalmente artefici e protagonisti di un destino figlio dell'ingegno e del merito personale. Volevano abbandonare per sempre quei vecchi legami di subordinazione che avevano segnato indelebilmente il percorso di vita di troppi sudditi.
Vetuste strutture vetero e neo-feudali, guidate al vertice da aristocrazie parassitarie laiche ed ecclesiastiche, venivano così abbattute al grido di Libertè-Egalitè-Fraternitè.
Stato di diritto e democrazia liberale camminavano di pari passo con il progresso dell'industria e l'ampliamento dei mercati.
Tale progresso, non sempre armonico ed equo, spesso appannaggio di una ristretta élite di nuovi oligarchi, provocava collateralmente nuove forme di bieco e cinico sfruttamento. Non a caso, nel corso dell'Ottocento, in reazione ai profondi mutamenti
sociali verificatisi, cresceva un forte movimento socialista ed operaista destinato a lottare per il miglioramento delle condizioni di vita del proletariato.
Superata una prima fase, cosiddetta “utopistica”, la storia del socialismo subiva una decisa virata in seguito ai lavori di Marx ed Engels, propugnatori di un “socialismo scientifico” che avrebbe dovuto in teoria liberare per sempre la classe degli oppressi dal giogo dei cosiddetti capitalisti oppressori.
La Storia si è presa la briga di sconfessare le previsioni dei due autori del “Manifesto del Partito Comunista”, dimostrando come il capitalismo abbia potuto superare indenne l'intero Novecento senza crollare sotto i colpi delle sue “intrinseche ed inevitabili contraddizioni”. Marx credeva che l'ampliamento del tessuto industriale, generando giocoforza nuovi operai salariati, avrebbe accelerato la caduta del sistema capitalistico, proprio a partire dai quei Paesi dove l'avanzamento tecnologico era più evidente e marcato.
Invece, paradossalmente, la rivoluzione bolscevica attecchiva in una delle nazioni più povere e arretrate del continente europeo, ovvero la Russia zarista, ancorata ad un sistema di produzione feudale tra i più arcaici al mondo.
Nei paesi europei più avanzati dell'area euro-atlantica, invece, le forti spinte esercitate dal proletariato organizzato e dai movimenti democratici e progressisti condussero al riconoscimento graduale di diritti sempre più ampi, in beneficio di una classe lavoratrice prima barbaramente sfruttata. Le legislazioni nazionali, così, finirono con il rendere illegale il lavoro dei fanciulli, imponendo limiti all'orario di lavoro, nonché salari più dignitosi. La strada del compromesso alto e nobile fra le istanze del libero mercato e le legittime aspettative dei lavoratori avrebbe tracciato un percorso vincente, in grado di scacciare tanto le suggestioni “eugenetiche” tipiche di un mercatismo selvaggio, feroce e privo di regole, quanto di allontanare il miraggio di
una metafisica dittatura del proletariato, pronta a trasformare la Terra in una specie di Eden ateo dove avrebbero presuntivamente regnato giustizia ed eguaglianza per tutti, sotto il controllo ferreo di pochi.
Questo abbraccio virtuoso tra istanze liberali, democratiche e socialiste conoscerà il suo massimo splendore nel Secondo dopoguerra, quando l'incontro fecondo tra economia di mercato e suggestioni keynesian-rooseveltiane garantirà all'Occidente di vivere i suoi “gloriosi trent'anni”, per dirlacon Eric Hobsbawm.
La crisi del '29, figlia di un'interpretazione iperliberista e dissennata del capitalismo, mise a rischio la tenuta stessa di un sistema che vedeva affacciarsi minaccioso all'orizzonte lo spettro del comunismo. Soltanto la lungimiranza del presidente Franklin Delano Roosevelt, giunto al potere nel 1933, di concerto con le straordinarie intuizioni dell'economista inglese John Maynard Keynes, permise all'economia di mercato di superare indenne una fase storica delicatissima e carica di insidie.
La Guerra fredda segnò l'indiscutibile vittoria del modello occidentale, finalmente in grado di coniugare libertà e benessere diffuso, giustizia sociale ed economia di mercato.
Cosa è accaduto adesso? Perché quel modello, capace di sgretolare il Muro di Berlino senza sparare un solo colpo di cannone, appare oggi disperso?
Forse, perché, paradossalmente, il comunismo ha fatto più danni all'Occidente da morto di quanto non ne abbia fatto da vivo, facendo intravedere ad alcune elite globali reazionarie la possibilità che, una volta dissoltosi lo spettro con falce e martello, fosse ora giunto il momento di rinverdire i fasti di quel capitalismo arcaico, selvaggio e disumano che tutto e tutti sacrificava sull'altare di un malinteso concetto di “efficienza perfetta e solipsistica dei mercati”.
Inoltre, le moderne aristocrazie al potere sembrano avere fatto tesoro del passato, implementando un nuovo ordine di sfruttamento e oppressione che prescinde dai concreti meccanismi di produzione. Il capitalismo speculativo contemporaneo, piegato in direzione dogmaticamente neoliberista, infatti, crea una realtà finanziaria parallela, che vive di luce propria, indifferente rispetto alle oscillazioni dell'economia reale e tesa ad impedire che all'interno dei luoghi di lavoro si formi e si sedimenti una coscienza collettiva in grado di mettere in discussione la verticalità spietata e anti-democratica dei processi decisionali.
Il nuovo sfruttamento globale non passa per la creazione di masse di braccianti stipati all'interno di grossi stabilimenti industriali. Il nuovo schema di oppressione è più subdolo e ambiguo, lasciando di fatto i deboli in balia di un destino triste e confuso, senza neanche dare loro facili possibilità di individuare le dinamiche che ne guidano il decadimento.
Come ben spiegato dal sociologo Zygmunt Bauman, nella società liquida l'uomo comune è solo, in balia di forze che intuisce ma non riesce a governare e a comprendere sino in fondo . La società diviene una creazione astratta, mentre l'individuo atomizzato viene presentato quale unico motore di uno
sviluppo che riguarda solo e soltanto la sua personalissima condizione. Chi
resta indietro, in tal modo, non può nemmeno consolarsi puntando il dito
contro la società ingiusta, dal momento che, non può mai risultare ingiusto
qualcosa che non sussiste più per molti aspetti e/o che ha assunto una con-
sistenza impalpabile dal punto di vista dei rapporti comunitari.
Questa sottile opera di decostruzione sociale impedisce il solidificarsi di
rapporti umani in grado di mettere in discussione gli equilibri dominanti. Se
Marx ed Engels non avessero completato il loro Manifesto-Appello con l'esortazione “proletari di tutto il mondo unitevi”, probabilmente il comunismo non sarebbe mai divenuto un fenomeno storico e politico ma sarebbe rimasto confinato nei panni angusti e tipici dei movimenti filosofici sterili. Oggi, i precari, i sottosalariati e i disoccupati non sanno neppure contro chi puntare il dito. Non possono associarsi perché non si riconoscono come unità di destino, e non sanno neppure chi li opprime, perché incapaci di cogliere sino in fondo le regole di una globalizzazione perversa, studiata apposta per impedire ad occhi “profani” di individuarne le catene di coman-do gerarchiche e autoritarie. Il mercatismo speculativo attuale vive di operazioni finanziarie che arricchiscono e ampliano inesorabilmente l'egemonia anti-democratica della ristretta élite reazionaria che ne sovraintende le operazioni. Controllando i gangli vitali del potere contemporaneo, a partire dalla militare occupazione delleprincipali banche centrali del mondo e di organismi nati con scopi di giustizia sociale e riequilibrio economico fra le nazioni, come il Fondo monetariointernazionale e la Banca mondiale (da decenni piegati in tutt'altra prospettiva), gli schiavisti moderni possono perpetuare all'infinito uno schema che li vede sempre e comunque vincenti. Fintanto che il sistema si mantiene in un precario equilibrio, il beneficio per costoro è comunque assicurato. Se invece scoppiano bolle speculative dalle conseguenze distruttive, allora ci penseranno entità pubbliche a pagare per tutti. Costringendo per giunta i ceti medi e proletari a sostenere i costi di una partita di cui ignoravano persino
l'esistenza.
Per questo, di fronte all'aggravarsi di una crisi costruita con alchemico ingegno, è illusorio rispolverare risposte di tipo marxista. Contro chi dovrebbero prendersela, oggi, gli operai sottopagati? Con gli industriali che chiudono continuamente le serrande perché piegati dalla mancanza di domanda interna e da una tassazione iniqua e miope? Come si può pensare di puntare il dito contro una categoria destinata anch'essa al declino nelle sue forme novecentesche, sotto i colpi di una dolosa de-industrializzazione supervisionata da una nuova aristocrazia parassitaria? Sono i neo-aristocratici della finanza (e dello spirito, ma qui si apre un altro livello interpretativo, che per il momento rinviamo), infatti, coloro che stanno riuscendo ad impadronirsi
anche delle maggiori catene di produzione industriale su scala globale,
creando titaniche concentrazioni oligopolistiche e monopolistiche che sono
l'antitesi della libera economia di mercato capitalista nella sua declinazione
più illuminata e sana.
I disoccupati, i precari, i lavoratori mal pagati, gli studenti senza futuro, i
pensionati ridotti in miseria, gli artigiani, i professionisti, i commercianti, i
piccoli e medi imprenditori, i grandi industriali strozzati dalle banche e dalle
mire rapaci di neo-feudatari globali devono oggi combattere uniti contro un
nemico sfuggente e comune. Un nemico occulto, divenuto motore e artefice
di una globalizzazione tecnocratica e anti-democratica, che parla in pubbli-
co per bocca dei vari Monti, Draghi, Merkel, Schaüble, Weidmann, Lagarde,
etc., sacerdoti e predicatori di una teologia perversa che distilla, veicola e
induce alla venerazione di false credenze e falsi dogmi.
E' in gioco la stessa permanenza in vita della civiltà occidentale, minacciata
da un lato da rigur giti nazionalistici e assolutistici che spirano da est; dall'al-
tro da una furia autodistruttiva che trova nel politburo di Bruxelles la sua
massima espressione.
Noi dell'associazione “New Deal per la Calabria”, avamposto regionale del
Movimento Roosevelt, (operativo coerentemente su un piano sovranaziona-
le e globale, a partire dal fondamentale avamposto italiano) non intendiamo
assistere passivamente agli eventi. Non vogliamo contemplare e accettare il
decadimento dell'Occidente e della sua storia di libertà, uguaglianza, giustizia sociale e prosperità diffusa, senza reagire energicamente. Noi intendiamo difendere conquiste secolari e positive maturate in area euro-atlantica e farci artefici- insieme ad altri cittadini del mondo amanti della democrazia sostanziale- di nuove forme di globalizzazione eque, sostenibili e utili per ogni popolazione del pianeta.
Intendiamo farci promotori di un cambiamento storico ed epocale che salvaguardi le istituzioni democratiche, difendendo e anzi aumentando la sovranità di popolazioni ovunque raggirate e vilipese da potentati neo-oligarchici.
Esistono oggi due fondamentali problemi, intrecciati tra loro, che devono
essere affrontati con animo sereno ma fermo. Da un lato la governance pub-
blica nazionale è incapace di regolare e gestire i processi globali; dall'altro
le istituzioni sovranazionali non sono ancora abbastanza robuste per obbli-
gare i players privati a giocare all'interno di un perimetro dominato da regole certe, uniformi e unanimemente votate all'interesse generale.
Qual è il risultato di tale situazione? Il predominio della plutocrazia, degli
interessi particolari e lobbistici che schiacciano le giuste rivendicazioni di
equità di una maggioranza di cittadini risvegliatasi senza rappresentanza
politica.
L'unica ideologia rimasta è quella del mercatismo senza freni, pudori e ini-
bizioni, mostro sacro che sostiene (falsamente) di punire i pigri e di premiare i più competitivi. Moloch sospettoso che non tollera controlli esterni e
pretende di sapersi autoregolare in maniera ottima ed efficiente. Non è forse
sull'altare di una distorta e aberrante ideologia mercatista che la Troika ha
potuto saccheggiare la ricchezza di intere nazioni del bacino mediterraneo?
Non è nel nome di una competitività truccata e ingannevole che gli eurocra-
ti chiedono ai governanti dei singoli Paesi dell'area Ue di portare avanti le
cosiddette “riforme strutturali”? E cosa sono poi, nel dettaglio, queste famo-
se riforme strutturali che tutti invocano senza costrutto da decenni?
Sono le solite ricette neoliberiste già applicate con conseguenze disastrose,
ovunque nel mondo, sin dagli anni Novanta. Ricette sostanziate di tagli indiscriminati alla spesa pubblica, miope rigore dei conti, riduzioni dei salari e
contrazioni delle pensioni, limitazioni dei diritti politico-economici, ecc.
Tutte dottrine e pratiche fondate sul presupposto fallace che solo attraverso
la riproposizione di eterni sacrifici e auto-flagellazioni gli uomini potranno
infine rivedere la luce.
C'è qualcosa di malsano e di superstizioso in una tale lettura degli eventi,
tutti smentiti dalla nuda realtà, che costringe i contemporanei a fare in conti
con un nuovo culto irrazionale che pretende di conformare le scelte in relazione ad un principio primo pateticamente falso ed ipocrita.
Perché nessuno si chiede come mai le famose ricette di austerità applicate a
tutti i Paesi dell'area euro, ufficialmente a causa dell'enorme ammontare del
debito pubblico, hanno in realtà finito con il moltiplicarlo?
Forse perché lo spauracchio del debito aveva ed ha il solo scopo di fare digerire ai più politiche infami e folli che non rispondono a nessuna regola di tipo macroeconomico?
Forse perché, in tal caso, gli architetti che dominano la finanza e a cascata il
mondo dell'informazione avrebbero dovuto riconoscere che i famosi “sacrifici” servano soltanto a liquidare i conti con quelle masse plebee inopinatamente assurte al ruolo di protagoniste della storia?
L'Unione Europea, così per come oggi è strutturata, rappresenta la sintesi
perfetta della Restaurazione in corso. Una macchina burocratica, sprovvista
di mandato elettorale, che tutti bacchetta nel nome dell'interesse privato di
pochi, sublimata dai fantomatici “mercati”.
Questa situazione non è più sostenibile. O il Vecchio continente saprà fare
un immediato passo in avanti, dandosi una struttura realmente democratica
e federale, eleggendo cioè direttamente un Presidente degli Stati Uniti
d'Europa legittimato a governare nel nome dell'intero popolo europeo -in
condominio con un Parlamento continentale che detenga il potere legislativo, con poteri giudiziari continentali autonomi e indipendenti e con una Banca centrale subordinata alla supervisione politica di organi democraticamente eletti- o, in mancanza di tale lungimiranza e coraggio, tanto vale uscire da questo mostro di Ue buona soltanto a insinuare, ogni giorno di più nell'animo di cittadini comprensibilmente esasperati , un sentimento di cupo risentimento che rischia di sfociare in derive fascistoidi e scioviniste. Il caso francese docet.
E' bene che i cittadini continentali comprendano che oggi l'Unione europea
non esiste. Sussiste, come ha ricordato il pessimo presidente uscente della
Commissione europea Barroso, un'unione di singoli stati sovrani i quali, dietro il paravento di una Ue ambigua e tecnocratica, assestano colpi mortali contro il benessere di quelle stesse popolazioni che indegnamente rappresentano.
Si tratta cioè di uno spregevole gioco delle parti, nel quale tutti gli attori in
commedia recitano ruoli differenti pur di raggiungere un comune quanto
meschino obiettivo: quello di cinesizzare e ri-feudalizzare l'Europa, ricrean-
do in vitro un numero indefinito di nuovi sudditi piegati dalla paura e dal
bisogno.
Il percorso di unificazione europea deve essere politico e non tecnocratico.
Una quota crescente di sovranità può essere delegata soltanto nelle mani di
organismi democraticamente eletti e perciò rappresentanti del popolo sovra
no. Nessuna legittimità di indirizzo può essere invece riconosciuta ad alcuni grigi funzionari, scelti nel chiuso delle stanze di Bruxelles o negli anfratti di qualche cancelleria corrotta, che rispondono ad interessi particolari e privatistici.
Una nuova globalizzazione: dei diritti , della democrazia, della libertà e
della giustizia per tutti e per ciascuno è possibile. Si ad una pacifica e libera circolazione dei capitali e delle merci, ma solo entro un quadro di regole
che possano tutelare le specifiche fragilità di popoli e nazioni in via di sviluppo, implementando nel contempo la puntuale e ubiqua declinazione dei
Diritti universali dell'uomo e del cittadino. Diritti culturali, civili e politici, ma anche diritti economici e sindacali.
Noi non intendiamo rassegnarci all'esistente. E, forti della nostra passione,
delle nostre convinzioni ideali e del nostro coraggio, proveremo a diffonde-
re ovunque un nuovo modo di intendere l'impegno politico in nome e per
conto del popolo sovrano.
Ogni intuizione valida su un piano ampio e universale è per analogia applicabile all'interno di un contesto più limitato. In questa prospettiva, che definiremo “glocale”, intendiamo muovere i nostri sforzi.
Come è chiaro dalle premesse fino ad ora evidenziate, i rooseveltiani del
nuovo millennio intendono riequilibrare gli attuali equilibri di forza del
mondo del potere, affinché entità pubbliche al servizio dell'interesse collettivo tornino ad esercitare un ruolo dirimente, indispensabile per conciliare libertà d'impresa (e libertà tout-court), giustizia sociale e benessere diffuso.
Abbandonando illusorie tentazioni tardo marxiste, pro-decrescita, comunitariste-identitarie, populistico-demagogiche e dispotico-nazionaliste, sosteniamo con convinzione che l'unico paradigma in grado di conciliare libero mercato e interesse generale è quello keynesiano, rooseveltiano e rawlsiano (che trae ispirazione da quattro giganti della contemporaneità: John Maynard Keynes, Franklin Delano Roosevelt, Eleanor Roosevelt, John Rawls).
Come dicevamo, con la crisi del 1929, una cattiva e squilibrata idea di eco-
nomia di mercato -declinata in prospettiva iperliberista allergica a pubblici
correttivi- sembrò sul punto di propiziare l'ascesa del comunismo, di socia-
lismi nazionalisti e illiberali, di regimi autoritari variamente caratterizzati.
Tutte alternative inquietanti e bellicose al più pacifico e armonioso paradigma democratico-liberale. Queste suggestioni liberticide, interpretate in chiave nazionalista in buona parte del continente europeo e con modalità imperialiste in Italia, Germania e Giappone, crearono le condizioni per l'immane tragedia della Shoah e della Seconda guerra mondiale.
Gli Stati Uniti d'America, sotto la guida del presidente Franklin Delano
Roosevelt, lanciarono invece l'idea di un New Deal, un nuovo corso di politiche economiche che traevano in buona parte ispirazione dalle lucidissime
intuizioni del genio inglese di J.M. Keynes, e che si rivelarono risolutive
nell'assorbire la crescente disoccupazione e salvaguardare contestualmente
gli ideali e la prassi della liberal-democrazia, minacciata da opposti estremismi. Tale prototipo keynesian-rooseveltiano, finita la Seconda guerra mondiale, sarebbe stato impiantato con successo in tutto l'Occidente libero, Italia compresa, garantendo alle diverse nazioni la possibilità straordinaria di vivere una lunghissima fase di benessere sociale e crescita economica.
L'Italia, uscita dalla guerra povera, ancora semi-analfabeta e distrutta, divenne in pochi anni una delle principali potenze industriali del pianeta, grazie anche e soprattutto alla pratica e concreta realizzazione del famoso “Piano Marshall”.
Come è stata costruita la ricchezza dell'Occidente post-bellico? Con il
pareggio di bilancio? Con il sacrificio del progetto di vita di milioni di individui e famiglie? Con il contenimento del deficit? Con gli investimenti privati presuntivamente stimolati dall'abbassamento del costo del lavoro?
Niente affatto. Il miracolo italiano ed europeo, figlio della lungimiranza
delle classi dirigenti statunitensi dell'epoca, è il risultato di politiche esattamente opposte rispetto a quelle ora prevalenti.
La progettazione e l'implementazione di grandi opere infrastrutturali, piani-
ficate e finanziate dai pubblici poteri, diedero stimolo e impulso ad una
ripartenza per certi versi eccezionale ed inaspettata delle nazioni del Vecchio
continente, in un contesto di welfare diffuso che assicurava a tutti e a ciascuno di essere inserito nel perimetro della dignità umana. Il saggio ruolo esercitato dalle entità statuali, accorte nell'esercitare un dinamismo propulsivo
per dispiegare adeguatamente il funzionamento di comparti economici dal
valore strategico (trasporti, energia, difesa dell'ambiente, ecc.), si rivelava
complessivamente benefico, permettendo a tanti bravi imprenditori privati
di poter usufruire di quelle infrastrutture materiali e immateriali indispensabili per realizzare legittimi profitti su ampia scala, in grado a loro volta di
generare ricchezza, nuovi investimenti e aumento dell'occupazione lavorativa.
Quel mondo- non privo di inefficienze, sprechi, corruttele, enormi margini
di miglioramento- in confronto ai plumbei scenari attuali sembra la mitica
età dell'oro, una sorta di paradiso in terra.
Quel mondo è crollato sotto le macerie del Muro di Berlino e degli eventi
complessi che vi hanno fatto seguito, a livello italiano, euro-asiatico, euro-atlantico e globale.
Quel mondo e la sua felice traiettoria antropologica sono stati sepolti da un
mare di menzogne, che tendono in ultima analisi a cancellare i tanti diritti
civili, economici e politici conquistati in quegli anni dalle classi popolari.
Tuttavia, è possibile tornare a vivere una nuova età dell'oro riscoprendo la
forza e la validità di una Weltanschauung già dimostratasi vincente alla
prova dei fatti. Basta con la retorica subdola del rigore dei conti, con l'isteria del pareggio di bilancio e del consolidamento fiscale. Sì alla grande realizzazione di progetti infrastrutturali, anche finanziati in deficit, (ma ciò che
oggi è deficit, sapientemente investito, può significare domani aumento del
Pil e riduzione dello stesso deficit e del debito pubblico, se e quando ciò
occorra) in grado di far ripartire la spirale virtuosa dell'occupazione e della
produzione di profitti, a tutela dei progetti di vita di tantissimi giovani e
meno giovani drammaticamente esclusi dal mondo del lavoro, disperati, privati della possibilità di esperire una vita degna di essere vissuta.
Un essere umano che non abbia la possibilità di lavorare e guadagnarsi con
orgoglio e soddisfazione la propria autonomia materiale non è libero nemmeno a livello morale e spirituale. E un uomo che non sia libero, non può neanche definirsi tale.
Noi proponiamo, quindi, a livello nazionale e sovranazionale, in quanto
declinazione regionale del Movimento Roosevelt, di rendere costituzionale
il principio della “piena occupazione”, la cui attuazione sia affidata ad Alte
autorità per la piena occupazione, composte da rappresentanti del settore
pubblico e di quello privato, da forze sindacali e delle varie categorie industriali, commerciali, professionali.
Non proponiamo quindi un reddito di cittadinanza parassitario e dalle possi
bile ricadute inflazionistiche, ma l'obbligo per i poteri pubblici- in collaborazione con settori privati- di garantire lavoro vero e dignitoso, formazione e aggiornamento professionale continuo. A ciascuno, secondo i propri meriti e talenti, sia data la possibilità di arricchire indefinitamente, ma a nessuno sia negata la possibilità concreta di guadagnare quello che gli occorre per realizzare in modo decoroso e dignitoso il proprio progetto di vita.
L'immissione di nuova forza lavoro genererà in concreto un aumento della
produttività e della capacità di consumo delle popolazioni, un circolo virtuoso in grado di supportare la nascita di nuove attività imprenditoriali, commerciali, professionali e artigianali e il rilancio o il consolidamento delle
vecchie. Come dicevamo in precedenza, questo nuovo approccio ideologico può tro
vare ovunque compimento. Sia a livello locale che globale. Ecco perché
“glocale” è il nostro motto, il nostro orizzonte teorico ed operativo.
In prossimità delle elezioni per il rinnovo del consiglio regionale calabrese,
chiediamo quindi a tutti i candidati di sposare una simile impostazione concettuale di fronte alla pubblica opinione, Chiediamo a tutti i candidati di
ogni latitudine politico-partitica (da destra a sinistra, passando per il centro),
desiderosi di rigenerare le condizioni di vita morale e materiale della
Calabria, di impegnarsi al fine di perseguire, una volta eletti, scelte in
conformità con quanto appena sintetizzato nelle pagine di questo asciutto
manifesto programmatico.
In particolare, pur nel rispetto dei limiti imposti ad un governo regionale
costretto a rispondere ad alcuni vincoli di spesa, noi chiediamo espressa-
mente che:
1) Il prossimo consiglio regionale si impegni a demistificare l'imbroglio della “virtuosità nei conti”, spiegando ai cittadini come una spesa pubblica lungimirante, strategica e virtuosa altro non sia se non fonte certa di conseguente ricchezza privata per tutti e per ciascuno.
2) Il prossimo consiglio regionale metta al centro della sua azione politica l'idea di realizzare la piena occupazione, direttamente o valorizzando dove sia possibile le migliori risorse dell'imprenditoria privata .
3) I pubblici poteri, tornati a rivestire un ruolo fondamentale di propulsione mirata e sapiente, non dovranno garantire salari di sussistenza pagati sulla base della creazione di lavori fittizi o inutili. Al contrario, la Regione dovrà impegnarsi nel progettare e completare opere importanti dal sapore strategico difficilmente alla portata del singolo imprenditore privato.
4)A tal fine, è utile pensare al potenziamento della mobilità, su gomma
o di natura ferroviaria, particolarmente carente in alcune zone della Calabria
ora isolate e depresse.
5) E' indispensabile poi ripensare un nuovo modello sanitario, in grado
di garantire al cittadino quel diritto costituzionale alla salute ora nei fatti
negato.
6) La Regione si impegni poi a garantire il massimo sostegno al mondo
della cultura e delle Università, consentendo la formazione in loco di vere
eccellenze, in grado di trasformare il territorio intero in punto di riferimento per le migliori intelligenze ovunque dislocate.
7) Il prossimo consiglio regionale si impegni fin da ora ad ingaggiare
un robusto braccio di ferro con il governo centrale, comunicando di non
voler accettare la logica dei tagli ma promettendo, al contrario, un progressivo sforamento del deficit di bilancio fino all'avvenuta realizzazione della
piena occupazione regionale, al potenziamento del comparto sanitario e al
completamento di un piano di opere infrastrutturali, materiali e immateriali.
Un progetto complessivo e ambizioso che sarà successivamente redatto in
modo analitico e minuzioso per il tramite di un comitato speciale che sarà
all'uopo predisposto.
8) Il nuovo consiglio regionale si impegni fin d'ora a perseguire e favorire una battaglia culturale e civile a tutela degli interessi dell'elettorato
votante, potenzialmente esportabile in qualsiasi angolo d'Italia e d'Europa.
9) Il nuovo consiglio regionale calabrese dichiari di voler abbandonare pratiche nepotistiche e medievaleggianti, fondate sul più inaccettabile privilegio e arbitrio, assicurando piuttosto sostegno a quelle intelligenze che realmente potranno rappresentare, agli occhi del mondo, un punto di riferimento quanto ad eccellenza teorica e pratica.
10) Il consiglio regionale calabrese si impegni a valorizzare il comparto
del turismo e del rilancio dei beni archeologici, tutt'ora confinati in uno stato
di penosa incuria, attraverso la realizzazione di un alto commissariato regionale, in grado di supervisionare un numero cospicuo di opere pubbliche o private destinate a rendere attrattive le nostre coste.
11) Il nuovo consiglio regionale calabrese si impegni infine a valorizzare l'agricoltura locale e le sue preziose peculiarità, predisponendo inoltre un piano idrogeologico per la salvaguardia dei territori più vulnerabili, accompagnato da un poderoso piano per la messa in sicurezza di tutti gli edifici pubblici pericolanti.
Chi assumerà ufficialmente gli impegni summenzionati potrà contare sul
fattivo e concreto aiuto di tutte le donne e di tutti gli uomini ovunque impegnati per la tutela e la promozione della libertà, dell'uguaglianza, della democrazia sostanziale e della pace e giustizia sociale. E, più specificamente, potrà contare sulle reti di sostegno e alleanza che il Movimento Roosevelt sarà in grado di attivare sia a livello locale che nazionale e sovranazionale.
Sulle ali di una nuova consapevolezza ideologica, metapolitica e civile
intendiamo creare le condizioni per il riscatto di tutti e di ciascuno.

 

 

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con
LE SORELLE E I FRATELLI DI GRANDE ORIENTE DEMOCRATICO (www.grandeoriente-democratico.com)

[ Articolo dell’8-17 novembre 2014 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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