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Editoriale del 7-9 maggio 2012: “I veri anti-europeisti Merkel, Sarkozy, Draghi, Van Rompuy, Monti, Papademos, Rajoy, etc., agenti e/o  ascari della Tecnocrazia, e il Socialismo Liberale per un’Europa unita a sovranità popolare”, di Gioele Magaldi

 

 

 

 

Mentre in Italia le ultime tornate amministrative – azzoppata la Lega con le inchieste giudiziarie recenti - danno l’illusione al Partito Democratico di poter sopravvivere sostenendo ancora qualche mese il nefasto Governo Monti (in effetti è vero esattamente il contrario: i primi ad essere identificati con Monti e le sue politiche e con una generale inconcludenza parolaia sono stati PDL e Terzo Polo, bastonati dall’elettorato in questo maggio 2012, i prossimi saranno proprio i piddini, parzialmente graziati finora sia perché alleati di SEL e IDV - all’opposizione di Monti - sia perché ancora la gente attendeva e attende una svolta anche italiana, in concomitanza con la vittoria di Hollande in Francia), la Tecnocrazia europea va producendo ovunque dei mostri.
Tali sono i rigurgiti neo-nazisti, neo-fascisti, comunisti, populisti ed anti-europeisti che pervengono tanto dai risultati delle elezioni francesi che da quelle greche.
Ma i veri antieuropeisti sono proprio coloro che il mainstream mediatico indica genericamente come l’ “Europa”.
Coloro che, al contrario, non sono “Europa” nemmeno un po’.
Coloro che hanno la responsabilità dei suicidi e della macelleria sociale in corso e che adesso hanno sulla coscienza anche il misfatto di aver rigenerato istanze politiche potenzialmente sovversive della democrazia liberale.
E’ noto il refrain che ha sostenuto le politiche (suicide) di Monti in Italia, di Papademos in Grecia e di altri altrove, nel vecchio continente: ce lo chiede l’Europa.
Ma l’Europa, intesa come federazione unitaria e democratica di popoli e stati, non esiste.
Il Parlamento europeo, unica istituzione comunitaria eletta con metodo democratico, non conta nulla, non ha reali poteri.
Perciò, quando si dice “Europa”, a chi ci si riferisce?
Non tanto alla Commissione europea (presieduta peraltro da un incolore, insapore, incapace e deleterio individuo come José Manuel Barroso), quanto ai veri organi forti dell’attuale Unione Europea: il Consiglio Europeo e la Banca Centrale Europea, organi tecnocratici per eccellenza, presieduti da notori oligarchi come Herman Van Rompuy e Mario Draghi, il primo un politico belga a vocazione tecnocratico-diplomatica, il secondo un super tecnocrate di nascita italiana e vocazione cosmopolita.
A costoro vanno aggiunti gli esecutivi delle due nazioni principali dell’UE, Francia e Germania (il Regno Unito fa storia a sé, con un piede dentro e uno fuori, e senza avere adottato la valuta euro), vere teste di ponte (alle quali si è ora aggiunto il governo di Mario Monti) attraverso i cui leaders eterodiretti Merkel e Sarkozy sono state imposte a centinaia di milioni di persone le direttive di ristretti cenacoli sovra-nazionali interessati a suicidare la prosperità delle società europee, specie di quelle tendenzialmente più fragili e commissariabili dall’alto.
Insomma, alla gente comune si propone il termine Europa come fosse sinonimo di una pluralità di Stati e interessi popolari rappresentati democraticamente, e invece attualmente tale nome fa riferimento ad interessi di elites oligarchiche che governano la res publica mediante i propri agenti tecnocratici e ascari politici.
Non male come mistificazione terminologico-concettuale per i gonzi.
E fra i gonzi vanno inclusi gli operatori in buona fede del mainstream mediatico e politico: quelli in mala fede sono meno stolti, perché si sono fatti comprare e corrompere, perciò la loro prostituzione della verità e il loro tradimento dell’opinione pubblica quantomeno gli ha fruttato qualche personale guiderdone.
Più grottesca la condizione di coloro che belano e ragliano da tv, radio e grandi giornali senza nemmeno essersi fatti mettere a busta paga suppletiva dai veri padroni del vapore.
Insomma, se l’obiettivo dell’Europa unita si allontana ogni giorno di più dai cuori dei cittadini europei e se si irrobustiscono le schiere degli anti-europeisti dal basso, armati di nuove svastiche, falci e martello, parole d’ordine qualunquiste, xenofobe e nazionaliste, la colpa è senza dubbio dei falsi europeisti che, dall’alto, hanno preso e continuano a prendere decisioni destinate a far odiare il progetto dell’integrazione europea.
I veri anti-europeisti vanno cercati tra Angela Merkel, Nicolas Sarkozy, Mario Draghi, Herman Van Rompuy, Mario Monti, Lucas Papademos, Mariano Rajoy, Pedro Passos Coelho e i loro amici, collaboratori e mandanti.
I veri anti-europeisti sono coloro che, mal-governando le istituzioni comunitarie e le singole nazioni europee, in luogo di prosperità e crescita economica stanno regalando a vecchie e nuove generazioni recessione, depressione, austerità, disperazione, dolore, miseria, fallimenti e suicidi.
Il sistema democratico-liberale in politica e il sistema capitalistico in economia hanno prevalso sull’alternativo programma comunista totalitario, provocando il collasso dell’Unione Sovietica, proprio perché seppero dimostrare di poter garantire maggiore armonia e giustizia sociale, maggior benessere e fiducia nel futuro, maggiore serenità e piccoli e grandi successi alle vite di miliardi di persone.
Ma quel sistema occidentale – democratico, liberale, libertario, pluralista, capitalista – è sempre stato regolato e temperato, fino a un paio di decenni fa, da un ruolo lungimirante e saggio dello Stato, uno Stato pensato secondo i principi del keynesismo e non mortificato come lo Stato minimo e fastidioso teorizzato da Robert Nozick e/o da Milton Friedman, Arnold Harberger, George Stigler ed epigoni e messo per la prima volta in pratica da Margaret Tatcher e Ronald Reagan.
Il sistema “occidentale”, dal Dopoguerra alla Caduta del Muro di Berlino, ha vinto perché ha dimostrato di essere il più equo, il più prospero e dunque il più conveniente.
Si può dire lo stesso della teologia neoliberista che da molti anni imperversa presso le principali istituzioni economico-finanziarie mondiali e che domina anche presso l’attuale governance europea?
La risposta hanno cominciata a darla gli elettori francesi e greci, altri esempi seguiranno.
In questo senso, tuttavia, come già ebbi modo di osservare in un mio passato editoriale (Editoriale del 22 febbraio 2012: "Socialismo Liberale. Non Socialdemocrazia in senso classico e nemmeno Terza Via di Anthony Giddens e della defunta ditta Bill Clinton-Tony Blair", di Gioele Magaldi, clicca per leggere), in un mondo globalizzato diverso da quello polarizzato e lacerato del XX secolo, la risposta dei nuovi progressisti non è il ritorno alla classica Socialdemocrazia, né la reiterazione della fallimentare Terza Via di giddensiana memoria.
L’unica risposta adeguata ai tempi attuali è il Socialismo Liberale.
Da intendersi in modo diverso da come anch’esso veniva (mal) interpretato nel ‘900, quale variante alternativa e antagonista del cosiddetto socialismo democratico e laburista.
Il Socialismo Liberale del XXI secolo deve sprigionare il massimo del Liberalismo (politico e civile) e del Liberismo (economico, da non confondersi con il dogmatismo neoliberistico iper-mercatista), congiunto armoniosamente con il massimo del Socialismo (capacità di intervento economico/sociale tempestivo, efficiente e propulsivo delle istituzioni pubbliche, da non confondere con l’elefantiasi statalista sprecona, squinternata e iniqua nella sua corruzione selettiva, a favore di interlocutori privilegiati proprio in ragione di rapporti corruttivi).
Il Socialismo Liberale deve consentire massima libertà tanto alla finanza (non senza il ripristino di una sana distinzione tra banche d’affari e banche rivolte al credito per imprese e famiglie, banche d’investimento e banche commerciali, così come prevedeva il Glass-Steagal Act del 1933, voluto da Franklin Delano Roosevelt) che all’industria e ai commerci.
In un mondo globalizzato, si lasci pure l’assoluta facoltà di de-localizzare imprese e commerci, ma nel contempo si globalizzino anche i diritti dei lavoratori.
E i Paesi che non lo fanno, sfruttando la manodopera anziché riconoscerne la dignità, siano esclusi dalla globalizzazione/liberalizzazione di merci e capitali e ne siano boicottate le esportazioni.
In un mondo globalizzato, si lasci alla Finanza e agli operatori dei Mercati di speculare come e dove meglio credano, senza nemmeno tassare determinate transazioni finanziarie (ad esempio valutarie, a breve termine). Ma, contemporaneamente, si armino le istituzioni statuali e super-statuali degli strumenti necessari affinché le speculazioni non possano penalizzare intere società e nazioni.
Un esempio su tutti è proprio quello dei Paesi europei.
Nel corso della crisi attuale, che si trascina da tempo (destinata a peggiorare), sarebbe bastato che il Debito Sovrano delle nazioni dell’euro-zona fosse unificato, con la creazione di Bond comuni (EuroBond), per mettere immediatamente fine alla speculazione sui singoli titoli nazionali del tesoro. Invece si è lasciato, volutamente e scientemente, che tale speculazione imperversasse, fruttando centinaia di miliardi di euro ai suoi mandanti, tutti soldi a carico dei cittadini europei, trattati come bestie al macello.
Parimenti, in luogo di finanziare investimenti con Bond europei unificati o direttamente con un’euro divenuta moneta sovrana della UE, emessa da una BCE divenuta banca centrale al servizio delle istituzioni comuni europee e non ad esse sovraordinata, si è lasciato che la recessione diventasse depressione, che la disoccupazione galoppasse, che i consumi crollassero.
Il Socialismo Liberale, una volta divenuto ideologia ufficiale e concreta dei nuovi progressisti, avrebbe impedito tale catastrofe (e potrà farlo in futuro), garantendo nel contempo la massima libertà dei mercati di speculare e la massima libertà degli Stati di spendere a deficit positivo (vedi un’applicazione, anche moderata e non radicale, di dottrine neokeynesiane) per investire in grandi opere e infrastrutture tali da rilanciare imprese, commerci, occupazione, servizi, consumi.
Il Socialismo Liberale potrebbe permettersi il lusso di concedere grandissima flessibilità su assunzioni e licenziamenti di lavoratori agli imprenditori e nel contempo grande dignità e forza contrattuale ai lavoratori stessi, creando le condizioni (grazie ad investimenti pubblici strategici, lungimiranti e reiterati) per la piena occupazione lavorativa: tutto il contrario, insomma, dell’incubo sociale favorito dalla dogmatica neoliberista, che abbisogna di ingenti quote di disoccupati disperati per diminuire il costo della manodopera.

Il Socialismo Liberale potrebbe, munito di strumenti economici teorici e pratici innovativi come quelli neokeynesiani radicali della MMT (secondo la quale gli investimenti dello Stato possono rigenerare la produttività e il benessere e il debito pubblico non necessita mai di essere alleggerito e ripianato: vedi Democrazia Radical Popolare, Grande Oriente Democratico, Paolo Barnard e "Il Più Grande Crimine". La crisi economica occidentale, europea e italiana, i Poteri sovranazionali e il Massone Deludente e Asservito Mario Monti, clicca sopra per leggere, e moltissimi altri documenti illustrativi sull’argomento Modern Money Theory) o consolidati come quelli neokeynesiani classici di un Paul Krugman o di un Joseph Stieglitz (secondo cui egualmente la spesa pubblica deve sostenere il quadro produttivo generale e il debito statuale può essere ripianato all’interno di un ciclo economico, ma mai in condizioni di recessione/depressione, allorché anzi serve investire spesa a deficit), risolvere da subito la crisi europea.

Il grosso problema è che esistono formidabili poteri e interessi assolutamente contrari a qualunque risoluzione positiva della crisi euro-occidentale in corso (con ricadute anche extra-occidentali).

E’ una favola quella dei tecnocrati ottusi, robotici, fanatici, spinti in buona fede verso un’amministrazione insipiente e distruttiva del benessere euro-occidentale.

Il beneficio della buona fede può valere per alcuni accademici, burocrati, giornalisti, anchor-men televisivi/radiofonici e politici effettivamente allevati- in termini di teoria economica- su testi classici (nel migliore dei casi) e manuali e bignami (nel peggiore) ispirati alla teologia della scuola austriaca, della scuola neoclassica, della scuola di Chicago.

Ma il gotha, le elites (vanno declinate al plurale, perché si tratta di gruppi dagli interessi convergenti, non di un monolite univoco e unidirezionale) che hanno messo in moto da 40 anni una strategia volta a produrre una epocale involuzione oligarchica e tecnocratica della società europea e occidentale (in Oriente dominano da sempre burocrazie al servizio di oligarchie), hanno bisogno come il pane della crisi economico-politica in corso.

Costoro hanno assoluta necessità che le classi medie europee ed occidentali (vero midollo di qualsivoglia democrazia) siano indebolite e destrutturate, proletarizzate almeno quanto le tradizionali classi proletarie (emancipate e dignificate  nella seconda metà del ‘900) debbono essere schiavizzate e umiliate, in una parola: cinesizzate.

In sintesi: chi sta attuando e facendo attuare politiche di austerità e rigore con lo scopo ufficiale di rendere le nazioni europee più ordinate nei conti e nella spesa pubblica e più competitive, in realtà sta consapevolmente e deliberatamente spingendo tali nazioni e i loro abitanti (eccezion fatta per minoranze di ricchi, potenti e cortigiani annessi) verso l’abisso delle regressione economica, sociale e politica.

E’ chiaro?

Quante volte bisognerà ripetere queste nozioni prima che penetrino nella dura cervice dei sedicenti progressisti italiani, europei ed occidentali?

Quanto ad Hollande e ai (troppo) facili entusiasmi legati alla sua elezione, nessuno si faccia soverchie illusioni.

Gli oligarchi e i tecnocrati anti-europeisti (intendendo l’Europa come un progetto democratico, liberale, pluralista e foriero di prosperità generale inter-classista) camuffati da convinti europeisti così come i lupi si possono travestire da agnelli per meglio confondersi in mezzo ad essi e sbranarli, tenteranno di cooptare Hollande fra loro così come hanno fatto in passato con altri governanti potenzialmente scomodi, poco importa se di destra, centro o sinistra.

L’unico problema è che Hollande ha preso degli impegni chiari sia con il popolo francese che con quello europeo.

Ed anche con i Massoni progressisti.

E se, purtroppo, è relativamente facile abbindolare e manipolare le masse popolari (almeno fino a quando la truffa non appare evidente e allora la rabbia di queste masse diventa violenta e incontrollabile), non lo è minimamente prendere in giro dei Liberi Muratori vigili e combattivi.

Al primo passo falso, Hollande sappia che non avrà occhi di riguardo né alcuno sconto.

Il nuovo presidente francese, anzi, verrà giudicato persino con maggiore severità di altri players politici in campo: ha ricevuto il grande onore di essere eletto, che ora si prenda anche gli oneri del suo alto incarico.

E se verrà meno al mandato ricevuto, che il Grande Architetto dell’Universo abbia pietà di lui, perché ne pagherà le conseguenze, dinanzi al popolo francese ed europeo, molto peggio di altri suoi predecessori, vista anche la delicata partita in gioco e l’enorme effetto boomerang, per le speranze di centinaia di milioni di persone, che deriverebbe dall’ennesimo tradimento della sovranità popolare.

 

GIOELE MAGALDI

[ Articolo del 7-9 maggio 2012 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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