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Editoriale del 22 febbraio 2012 : “Socialismo Liberale. Non Socialdemocrazia in senso classico e nemmeno Terza Via di Anthony Giddens e della defunta ditta Bill Clinton-Tony Blair”, di Gioele Magaldi

 

 

 

 

Il valore delle analisi svolte con onestà intellettuale non viene mai meno.
Ma ormai è tempo di sintesi militanti, sia per il centro-sinistra italiano che per quello europeo, statunitense e occidentale in genere.
Lo scorso 14 ottobre 2011, in coincidenza (inconscia) con l’anniversario di fondazione del PD (14 ottobre 2007) scrivevo il mio

Editoriale del 14 ottobre 2011: "Se esistesse un Nuovo Centro-Sinistra, italiano, europeo e statunitense, avrebbe un'autostrada e archi di trionfo davanti a sè, in questi tempi di fallimento del neoliberismo di destra e dei suoi derivati" di Gioele Magaldi (clicca sopra per leggere).

Ad esso mi riporto e su di esso esorto a riflettere ancora, per avere ben chiari i presupposti di quanto mi accingo ad osservare con il mio editoriale odierno.

In quell’editoriale dello scorso autunno (gioverà rileggere il passaggio relativo con attenzione) si invitava a riflettere anche su una corretta semantica dei termini centro e sinistra uniti nella locuzione Nuovo Centro-Sinistra. Una locuzione proposta da Democrazia Radical Popolare e agognata un po’ dovunque presso tutti gli autentici progressisti e riformisti delle martoriate lande occidentali, in crisi di idee e identità.
In quell’editoriale si analizzava preliminarmente la situazione del centro-sinistra statunitense.
E a proposito dell’attuale leader dell’America democrat & liberal, inquilino della Casa Bianca, si osservava:

“La prospettiva politica di Barack Obama è in evidente stallo.
Essersi scelti dei collaboratori economici implicati fino al collo (tramite amici e amici degli amici) nella crisi economico-finanziaria esplosa nel 2007-2008, è stato un grave errore.
Aver appesantito a dismisura il debito pubblico centrale per semi-regalare soldi a quelle stesse banche che avevano pesantemente contribuito allo scoppio della crisi, è stato un errore ancora più imperdonabile. Aver investito soldi insufficienti (ma comunque tanti) per rilanciare la ripresa, è stata una mossa improvvida. Le cose o si fanno per bene o è meglio attendere per farle come si deve: scelte del tipo vorrei ma non posso, oso, ma con prudenza, etc., possono diventare uno spiacevole boomerang. Infatti, i nemici (repubblicani) ti diranno che stai comunque spendendo troppo, mentre i risultati in termini di rigenerazione del sistema economico saranno insufficienti e tali da attirare critiche anche da parte democratica.
E presso quel popolo americano della lower, della working o della middle-class che si attendeva un aumento dell’occupazione o la tenuta del posto di lavoro e/o del consueto stile di vita (appena appena dignitoso), ad oggi, Obama è visto come un chiacchierone illusionista, incapace di dare corpo alle speranze della campagna elettorale del 2008.
Al primo Presidente afro-americano non restano che due strade.
O continua a barcamenarsi fra la parte peggiore di Wall Street e un generico messaggio demagogico in favore dei disagiati, continuando a non proporre nulla di concretamente nuovo e lungimirante, oppure si dà una svegliata e progetta un serio New Deal in stile rooseveltiano.
Nel primo caso, può darsi che finisca anche per perdere contro un qualche candidato repubblicano, nelle presidenziali dell’autunno 2012, per la semplice ragione che molta gente della sinistra americana - accorsa con entusiasmo per votarlo nel 2008 - stavolta diserterà le urne. Ma, magari, finirà per vincere lo stesso, perché i falchi della destra finanziario-industrial-militare più oligarchica e rapace hanno bisogno del suo profilo come foglia di fico momentanea, in attesa di tempi più propizi per imporre un altro cow-boy in stile George W. Bush.
In questo caso, però, Obama, che riperderebbe - come è già accaduto nel 2010 - le elezioni di mid-term del 2014, non solo sarà un Presidente azzoppato, ma passerà alla storia come la più tragicomica promessa non realizzata nella storia politica statunitense.
Invece, nel caso l’ex senatore dell’Illinois volesse lasciare un segno prestigioso, concreto e luminoso nella società americana e mondiale di questo secolo, ecco cosa dovrebbe fare:

  1. Dopo Larry Summers, è venuta l’ora che l’amministrazione della Casa Bianca metta a riposo anche Timothy Geithner.
  2. Oppure è tempo che Geithner (capo del Dipartimento del Tesoro) e Ben Bernanke (presidente del comitato dei governatori della Fed, la Federal Reserve, l’equivalente americano della BCE, ma molto meno arrogante e tirannica di quest’ultima) dichiarino di volersi lasciare alle spalle qualsiasi retaggio neoliberistico del passato.
  3. L’amministrazione USA intervenga per mutare l’ideologia del cosiddetto Washington Consensus. Adoperi la sua influenza - di concerto con i governi di centro-sinistra del pianeta che ci stanno - per piazzare alla Banca Mondiale e al Fondo Monetario Internazionale gente come i premi nobel per l’economia Paul Krugman, Joseph Stiglitz e Amartya Sen.
  4. Obama, invece di impelagarsi in condominiali liti o bizantine trattative con le lobbies di destra e sinistra, si vada a studiare la figura del grande Franklin Delano Roosevelt e i particolari del suo New Deal. Studi, apprenda, e metta in campo analoghe misure, a positiva emulazione di uno dei più grandi Fratelli Massoni di tutti i tempi.”

 
A quanto pare, da allora ad oggi Obama ha almeno cominciato a capire l’antifona.
Infatti, le riflessioni che proponevo qualche mese fa erano molto simili a quelle che alcuni illustri personaggi  (sempre di area democrat & liberal a stelle e strisce) hanno ritenuto come proprio dovere imprescindibile sciorinare giorno e notte al Presidente USA.
Da allora ad oggi, Obama ha cambiato politica.
Timothy Geithner ha dichiarato che, in caso di rielezione obamiana, è molto probabile che egli non sarà confermato al Dipartimento del Tesoro ( il che, tradotto, vuol dire: magari non sarò confermato, ma se lo fossi sono pronto a cambiare impostazione e non sarò più il Geithner del 2009-2010, troppo vicino all’ala conservatrice di Wall Street ).
Krugman e Stieglitz, come auspicavo nell’ottobre 2011, sono divenuti sempre di più i consigliori ufficiosimeglio accreditati presso uno staff presidenziale in via di benefica mutazione genetica.
Inoltre, si stanno addirittura facendo strada alla Casa Bianca le illuminate e avanguardistiche dottrine (eredi aggiornate di quelle keynesiane) della Modern Monetary Theory, per mezzo di James K. Galbraith.
In conclusione, a meno che l’aurorale New Deal obamiano non costituisca una strumentale messa in scena pre-elettorale, il quadriennio 2013-2017 potrebbe salutare, in caso di rielezione dell’ex Senatore dell’Illinois, una svolta drastica nelle politiche economiche americane, con positive ricadute su tutta l’area euro-atlantica.
Intanto, gli Stati Uniti stanno assorbendo la crisi molto meglio dell’Europa e i dati ufficiali parlano di tre milioni di nuovi posti di lavoro negli ultimi 22 mesi, con una accelerazione durante questa recente fase di timida (ma percepibile) volontà di incamminarsi verso strategie keynesiane aggiornate per il Terzo Millennio.

Ma il vero problema, oggi come durante lo scorso autunno, è costituito dall’Europa.
Senza una rigenerazione politica dei progressisti e dei (veri) riformisti europei, non c’è scampo per l’Occidente, anche in caso di nuova sconfitta della destra repubblicana nelle elezioni USA del novembre 2012.
E’ dall’assenza di un Nuovo Centro-Sinistra europeo compatto, ideologicamente motivato, culturalmente attrezzato, che bisogna ripartire.
Questa cosa, questo soggetto politico di cui miriadi di persone auspicano la nascita,ancora non esiste.
Non esiste, perché è parso e pare ancora troppo fievole il grido di protesta dei progressisti del Vecchio Continente contro il deficit democratico delle Istituzioni dell’Unione Europea, specie a fronte alla sciagurata gestione monarchica e assolutista (da parte di Frau Merkel con il suo Maggiordomo Sarkozy) della vicenda ellenica.
Non sussiste, perché dal Regno Unito alla Francia, dalla Spagna alla Germania, dall’Olanda e dai Paesi Scandinavi alla Grecia o al Portogallo, dal Belgio all’Italia e a tutti gli altri partners dell’Eurozona o della UE, ciascun sedicente progressista si sente orfano di modelli politici ormai in putrefazione, ma quasi nessuno ha la forza e la chiarezza intellettuale di proporne ed affermarne di alternativi.
Ebbene, lo dicevo anche nel precedente

Editoriale del 14 ottobre 2011: "Se esistesse un Nuovo Centro-Sinistra, italiano, europeo e statunitense, avrebbe un'autostrada e archi di trionfo davanti a sè, in questi tempi di fallimento del neoliberismo di destra e dei suoi derivati" di Gioele Magaldi (clicca sopra per leggere),

l’unico paradigma politico che ha un futuro e che non rappresenta la riedizione logora e stanca di piattaforme programmatiche antecedenti all’esplosione della globalizzazione  ( come la socialdemocrazia classica di orizzonte nazionalistico) o ad essa posteriore ma già fallita e deludente nei suoi risultati ( come la Terza Via di Anthony Giddens, interpretata da Tony Blair e Bill Clinton, subalterna al neoliberismo e mosca cocchiera ovunque dell’affermazione dell’iper-mercatismo finanziario) è il SOCIALISMO LIBERALE.
Su tale paradigma converrà chiarirsi meglio le idee, illuminandone aspetti non ancora approfonditi.
Mentre nel principale partito italiano sedicente progressista si consumano patetiche disfide all’insegna della perdita di tempo e del vacuo sproloquio (rimando in proposito alla lettura di “Scontro tra Veltroni e Fassina, sul PD cala l’ombra del congresso anticipato”, articolo del 20 febbraio 2012 by Barbarossa per CORRIEREWEB, clicca sopra per leggere, sulla testata www.corriereweb.net), mentre proprio uno dei migliori uomini attuali del PD, Stefano Fassina, va cercando invano Maria per Roma, invocando le fumose e ipocrite suggestioni delle encicliche papali e della CEI per puntellare un nuovo pensiero forte anti-liberista (rimando a “Il pensiero cattolico può aiutare il PD a vincere il liberismo”, articolo del 17 febbraio 2012 by Stefano Fassina per l’UNITA’, riprodotto sul Sito del PARTITO DEMOCRATICO, clicca sopra per leggere), si perde di vista il cuore della questione.
Un pensiero politico forte ha un futuro solo se è laico ed autonomo rispetto a qualsivoglia istanza religiosa, filosofica e culturale parziale.
Un pensiero politico forte deve sapere integrare, metabolizzare, sintetizzare e trascendere suggestioni religiose, filosofiche e culturali differenti, distillando da ciascuna il meglio in una prospettiva formalmente laica e secolare. Una prospettiva che soddisfi e garantisca tanto chi percorra individuali e/o collettive vie spirituali verso altri mondi, quanto chi voglia risolvere solo in questo mondo l’orizzonte della sua esistenza di cittadino ed essere umano.
Non occorrono puntelli papali o episcopali per fondare un pensiero politico forte, progressista e socialmente equo, caro Fassina.
E non si dimostra di grande utilità nemmeno la cosiddetta dottrina sociale della Chiesa, tanto piena di buoni propositi quanto lungi dall’essere stata mai adeguatamente praticata dagli stessi gruppi e potentati cattolici più implicati in faccende micro e macro-economiche, micro e macro-politiche, per tacere delle mediocrità e turpitudini in cui appare periodicamente coinvolta la curia vaticana.
Lo spazio politico non può essere luogo di egemonie intellettuali cattoliche/cristiane,  oppure musulmane, ebraiche, indù, buddhiste o, al contrario, atee, materialiste e/o anti religiose.
Lo spazio di una ordinata convivenza politico-sociale ed economica si alimenta della integrazione fra punti di vista cosmologici ed escatologici diversi, tutti egualmente rispettati nel loro diritto di espressione e testimonianza, nessuno messo in condizione di prevaricare sugli altri, affermando un anacronistico primato pubblico della Città di Dio (qualunque Dio) sulla Città dell’Uomo.
Né, parimenti, si può pretendere che l’ethos civile di una polis democratica, liberale e pluralista sia preda in termini totalitari di visioni radicalmente materialistiche e neo-positiviste, ferocemente abbarbicate al principio metodologico-trascendentale di una supposta Morte di Dio e di un indimostrabile indifferentismo etico che ne deriverebbe (da cui, ad esempio, si generano subdoli puntelli per ideologie pan-mercatiste ed iper-liberiste fondate sul ferino dispiegarsi degli spiriti animali senza l’intervento di alcun ben costituito domatore di bestie).
Serve piuttosto, sul fronte progressista, una nozione chiara e distinta (per dirla con Cartesio), eroica e sapiente (per dirla con Giordano Bruno), emancipata da idee vecchie e corroborata dalla conoscenza storica del presente e del passato (per dirla con John Maynard Keynes ) di cosa possa essere, nel Terzo Millennio, il Socialismo Liberale.
Per esempio, in relazione alla crisi italiana ed europea, un socialista liberale (cioè un militante dell’unica possibilità di Nuovo Centro-Sinistra che si stagli nel deserto ideale e programmatico del Vecchio Continente ) direbbe NO alla cosiddetta Tobin Tax, cioè alla tassazione delle transazioni finanziarie.
A che servirebbe, disposta solo per le piazze europee?
Semplicemente a far emigrare altrove, fuori dall’Europa, i capitali e gli scambi più importanti e voluminosi.
La Tobin Tax avrà senso solo quando ci saranno Istituzioni mondiali in grado di imporla urbi et orbi, senza eccezioni.
Un socialista liberale dovrà trarre tutte le conseguenze del suo socialismo in un contesto globalizzato (e perciò liberalizzato) dell’economia mondiale, che è bene che rimanga tale, senza alcun cedimento ad anti-storiche pulsioni neo-nazionaliste, protezioniste e/o anti-capitaliste.
Un socialista liberale potrà accettare il massimo della libera economia di mercato, potrà accogliere e lasciare immutato il diritto delle imprese di de-localizzare a proprio piacimento in tutta l’ecumene planetaria, il diritto della grande, media e piccola speculazione di proseguire le proprie mirabolanti alchimie finanziarie (compresa l’ipertrofica creazione di perversi prodotti finanziari cosiddetti derivati, da cui solitamente derivano le grandi bolle speculative), e così via.
Massima libertà per tutti e per ciascuno, per carità.
Non per caso, un socialista liberale è, appunto, amante della libertà anche in economia; garante perciò di un sano liberismo (che è altra cosa dalla sclerotizzazione neo o iper-liberista  - scatenatasi alla fine degli anni ’70 e tuttora dominante a livello scolastico-dottrinario in ogni angolo del pianeta, oltre che nelle accademie e nelle principali istituzioni economico-finanziarie mondialiste come FMI, Banca Mondiale, OCSE, WTO, etc. - la quale sclerotizzazione assurge a dogma e pretende di rappresentare un pensiero unico fondamentalista e totalitario).
Un socialista liberale non è un social-democratico in senso classico, di quella specie che ha allignato nel corso del Novecento pre-globalizzato in una dimensione molto meritoria e apprezzabile ai fini della giustizia sociale e della redistribuzione delle risorse sul piano nazionale, ma che, non per caso, con il nuovo corso globalizzato, ha perso definitivamente la bussola politica per orientarsi in un Mondo infinitamente più grande e insidioso di quello organizzato e semplificato intorno a due grandi blocchi (sovietico ed euro-atlantico).
Parimenti, però, un socialista liberale è socialista.
Quindi, con la stessa determinazione ed energia con la quale difenderà (in quanto liberale e liberista) il diritto dell’impresa/iniziativa privata di investire e far circolare senza lacci e lacciuoli capitali, beni, merci, prodotti finanziari rischiosissimi, pretenderà anche che nuovi poteri pubblici continentali e inter-continentali, legittimati democraticamente e non tecnocraticamente, rendano globali e sovra-nazionali una serie di leggi che universalizzino il diritto al lavoro e a condizioni accettabili di esistenza, alla dignità delle condizioni di lavoro (de-localizzate pure, voglio vedere a che servirà quando in tutte le nazioni saranno rese vincolanti severe norme anti-sfruttamento del lavoro subordinato), ad un alto livello di welfare sociale (sanità, assistenza, servizi di utilità civile).
Un socialista liberale pretenderà che, ovunque, sia ben chiaro il primato della democrazia (diretta e indiretta, partecipativa o mediata, ma mai delegata in bianco e senza potere di controllo e revoca degli uffici assegnati) e della politica democratica su qualsivoglia istanza tecnocratica.
Un socialista liberale pretenderà la nazionalizzazione di quelle istituzioni bancarie che, in rischio di fallimento (magari per il carattere spericolato delle proprie speculazioni finanziarie), chiedano di essere salvate con denaro pubblico, dunque a spese dei cittadini contribuenti.
Un socialista liberale del XXI secolo affermerà che non è più tollerabile che il diritto alla felicità in questo mondo e in questo secolo (gli altri mondi sono affare riservato di chi legittimamente li coltivi con fede e speranza escatologica) sia frutto di una combinazione di contingenze fortunate che ne consentono la fruizione da parte di alcuni, mentre contemporaneamente moltissimi altri ne sono esclusi.
Un socialista liberale farà propria non soltanto la formulazione del primo principio di giustizia contenuto in A theory of justice (1971) del grande filosofo liberal statunitense John Rawls ( 1921-2002 ) :“Ogni persona ha un uguale diritto alla più estesa libertà fondamentale compatibilmente con una simile libertà per gli altri”, ma anche le molteplici formulazioni del cosiddetto secondo principio di giustizia (sempre presentate da Rawls nel suo capolavoro del 1971): “Le inuguaglianze economiche e sociali, come quelle di ricchezza e di potere, sono giuste soltanto se producono benefici compensativi per ciascuno, e in particolare per i membri meno avvantaggiati della società”,o: “Le disuguaglianze sociali ed economiche devono essere combinate in modo da essere ( a ) per il più grande beneficio dei meno avvantaggiati, ( b ) collegate anche a posizioni aperte a tutti in condizioni di equa uguaglianza e appartenenza”, o ancora: “Le inuguaglianze sociali ed economiche devono essere combinate in modo da essere ( a ) ragionevolmente previste a vantaggio di ciascuno, ( b ) collegate a cariche e posizioni aperte a tutti”.
Si tratta, espresso in termini raffinati e sintetici, di un leit-motiv concretamente applicatoche ha consentito al sistema capitalistico occidentale di trionfare sull’economia comunista, fondata sulla proprietà pubblica dei mezzi di produzione. Il leit-motiv, risultato vincente nei fatti, è stato quello che prometteva ai popoli occidentali e orientali che, in cambio delle disuguaglianze sociali ed economiche (anche abissali) prodotte dalla libera proprietà privata dei mezzi di produzione e dal libero dispiegarsi dell’economia di mercato, ne sarebbero derivati comunque maggiore ricchezza e benessere per tutti, indistintamente, anche per i ceti più umili e per le persone meno dotate o fortunate.
Era vero.
L’utopia comunista, così radicalmente egualitaria e astrattamente fraternizzante nella sua promessa di un benessere universale e palingenetico, ufficialmente contro ogni disuguaglianza economica e sociale, si è dimostrata paradossalmente un sistema liberticida ed elitario, con masse sterminate di proletari al livello di grama sussistenza e poche oligarchie tecnocratiche e burocratiche al comando, dotate di iniqui privilegi e profondamente corrotte nelle gestione del potere.
Al contrario, a partire dal Secondo Dopoguerra, fino alla caduta del muro di Berlino (1989) e prima che un nuovo progetto elitario e tecnocratico di segno insieme diverso e uguale rispetto a quello comunista (il neoliberismo è da un punto di vista formale l’opposto più radicale del comunismo, ma anch’esso, come quest’ultimo, produce masse di sotto-proletari, distrugge le classi medie e legittima una guida oligarchica, anti-democratica ed elitaria della società) si imponesse in Occidente e nel Mondo, il pragmatico sistema capitalistico (specie nelle sue versioni filo-keynesiane) fu in grado di assicurare una crescita economica e un progresso sociale e civile sconosciuto per intensità ed estensione nella storia umana.
Per decenni, il combinato disposto democrazia liberale/economia di mercato capitalistica ha assicurato emancipazione e mobilità sociale largamente accessibile, un’ottima politica dei redditi e del welfare-state, crescita industriale, scientifica e tecnologica, laicizzazione delle istituzioni, alfabetizzazione diffusa, una complessiva armonia, fusione e compenetrazione culturale fra differenti ceti e classi.
Oggi, invece, il capitalismo neoliberista ed iper-mercatista (che propugna il dominio assoluto della finanza sull’economia e della tecnocrazia sulla politica democratica) ha completamente abdicato ai principi per mezzo dei quali l’Occidente democratico ha trionfato sull’Oriente comunista (convertendo anche URSS e CINA ), e sta producendo disastri e disuguaglianze economiche e sociali che, al contrario del secondo principio di giustizia di Rawls, non producono benefici compensativi per ciascuno, e in particolare per i membri meno avvantaggiati della società.
Ciò, tuttavia, non accade per caso o per la sbadata insipienza arrogante e auto-distruttiva del turbocapitalismo attuale, come sembrano ingenuamente pensare tanti pseudo-statisti, politicanti, opinionisti o economisti contemporanei.
Ma di questo, e delle cause sufficienti e necessarie in virtù delle quali il Mondo globalizzato sta apportando miseria, macerie e involuzioni oligarchiche diffuse (quando potenzialmente sarebbe foriero di generale prosperità e giustizia sociale e civile), parlerà in termini esaurienti un libro di imminente uscita, di cui il sottoscritto è co-autore: MASSONI. Società a responsabilità illimitata. Il Back-Office del Potere come non è stato mai raccontato. Le radici profonde e le ragioni inconfessabili della crisi economica e politica occidentale del XXI secolo, Chiarelettere Editore .
Volgendo ancora lo sguardo al prototipo del socialista liberale del Terzo Millennio, egli, sulla scia di John Rawls, pretenderà che, mentre gli individui più fortunati, talentuosi, virtuosi e intraprendenti accumulano grandi ricchezze e ottengono meritati riconoscimenti sociali, alle persone più svantaggiate o sfortunate (di ogni angolo del pianeta) vengano consentite comunque condizioni dignitose di lavoro e vita relazionale.
Il socialista liberale pretenderà che venga abolito lo stesso principio che sorregge le pratiche del sussidio di disoccupazione o di cassa integrazione et similia.
Il socialista liberale pretenderà che, in un mondo dalle stratosferiche ricchezze industriali e finanziarie, non esista più nemmeno il concetto di disoccupazione (a meno che non si tratti della bizzarra scelta individuale di qualcuno che, liberamente, intenda estraniarsi dalle normali consuetudini sociali e relazionali): a ciascun individuo che non ha trovato impiego nell’ambito dell’impresa privata, dovranno essere offerte occupazioni lavorative di pubblica utilità, finanziate da comunità statuali a moneta sovrana e perciò illimitatamente in grado di alimentare la propria spesa corrente, ordinaria e straordinaria. Infatti, gli esseri umani hanno diritto alla dignità che deriva dal vedersi riconosciuto un lavoro remunerato. Basta con il principio e la prassi del sussidio di stato avvilente, mortificante e insufficiente a vivere un’esistenza degna di questo nome.
Parimenti, l’accesso ad impieghi pro-tempore di natura privata o pubblica dovrà in ogni caso consentire la concessione di mutui e prestiti da parte del sistema bancario, tali da consentire ad ogni persona di credere nel futuro e di poterselo concretamente costruire, comprando una casa e mettendo su una famiglia, tradizionale o meno.
Infatti, il socialista liberale non soltanto pretenderà che in Europa, negli Usa, in Occidente e ovunque sussistano amministrazioni democratiche, venga ripristinato, aggiornato, il Glass-Steagall Act, promulgato nel 1933 negli Usa, sotto l’amministrazione del Massone Franklin Delano Roosevelt. Il socialista liberale pretenderà che sia regolato da apposite leggi l’obbligo per il sistema bancario di garantire l’accesso al credito (con tutela statale sia per le banche che per coloro che contraggono mutui o prestiti) anche di coloro che non hanno proprietà da ipotecare o redditi derivanti da impieghi a tempo indeterminato.
Per intenderci, il Glass-Steagall Act (abrogato nel 1999 sotto l’amministrazione del democratico e para-massone Bill Clinton - cresciuto all’ombra del libero-muratorio Order of DeMolay - su proposta della maggioranza repubblicana del Congresso Usa ) introduceva alcune lungimiranti misure per regolare la speculazione ed evitare irrazionali ondate di panico legate agli andamenti borsistico-bancari.
In particolare, una norma che andrebbe senz’altro re-introdotta a livello mondiale, stabiliva una netta separazione tra attività bancarie tradizionali (raccolta risparmi, credito al consumo, mutui, linee di credito ad attività commerciali o imprenditoriali) e servizi assicurativi o attività bancarie di investimento.

Tanto per andare sul concreto, un socialista liberale italiano ed europeo dovrebbe prima di tutto pretendere che venga revocato e annullato lo stoltissimo Fiscal Compact o Trattato di stabilità firmato lo scorso 30 gennaio 2012 e che costituisce una distruttiva camicia di forza contro qualsiasi seria speranza di ripresa economica dell’Europa.
Un socialista liberale dovrebbe applicare il motto kantiano sapere aude ( osa conoscere, abbi il coraggio di servirti della tua intelligenza ) e iniziare a comprendere che esistono formidabili strategie sovra-nazionali - mascherate da virtuose politiche di austerità, stabilità di bilancio e rigore per la crescita - volte in realtà scientemente a strozzare imprese, deprimere l’economia, rendere impotenti e impopolari i governi politici, gli interventi sociali degli stati e il concetto stesso di servizio pubblico; aumentando così i fallimenti e la disoccupazione e rendendo disponibili in Europa sterminate masse di lavoratori disposti a tutto pur di sopravvivere, una nuova manodopera cinesizzata che renda conveniente, per grandi gruppi industriali e finanziari radicati in area euro-atlantica, investire (a pari condizioni di lavoro sottopagato e sfruttato) nel Vecchio Continente piuttosto che in paesi del terzo o quarto mondo.
Un socialista liberale italiano ed europeo, dovrebbe contemporaneamente pretendere che venga revocato o non ratificato il criminale Fiscal compact o Trattato di stabilità firmato lo scorso 30 gennaio 2012 e andarsi a studiare la Modern Money Theory/Modern Monetary Theory  (MMT, sulla quale rimando a www.democraziammt.info , a Democrazia Radical Popolare, Grande Oriente Democratico, Paolo Barnard e "Il Più Grande Crimine". La crisi economica occidentale, europea e italiana, i Poteri sovranazionali e il Massone Deludente e Asservito Mario Monti ,  e ora anche a “La Rivoluzione che viene dagli Usa”, articolo del 21 febbraio 2012 su Repubblica, riprodotto per MICROMEGA, by Federico Rampini, clicca sopra per leggere), così da comprendere perché e percome il deficit di bilancio o il debito pubblico di una qualsiasi entità statuale (anche continentale) a valuta sovrana non sia affatto un male, a patto di saper ben governare il rapporto tra moneta circolante e beni prodotti.
Un socialista liberale italiano ed europeo andrebbe subito a pretendere dai suoi governanti pro-tempore la trasformazione della UE in una federazione politica unitaria democratica, con una Commissione europea quale esecutivo sfiduciabile dal Parlamento di Strasburgo, una BCE banca centrale a tutti gli effetti e prestatrice di ultima istanza, debito pubblico europeo unificato e consolidato, eurobonds per la crescita economica grazie ad un New Deal/New European Recovery Program sostanziato nella esecuzione di grandi, medie e piccole opere pubbliche, costruzione di infrastrutture regionali, nazionali e continentali, servizi pubblici rigenerati e potenziati ovunque .
Un socialista liberale italiano ed europeo, di fronte all’ennesimo NEIN rispetto a queste sacrosante e legittime istanze, si organizzerebbe per porre fine a questo aborto di Unione Europea, incitando tutte le nazioni democratiche del Vecchio Continente a porre fine al patto fondativo del Trattato di Maastricht, fintanto che la UE dei tecnocrati e degli oligarchi non sia sostituita da democratici, libertari e ben funzionanti Stati Uniti d’Europa, a guida politica e non finanziaria.
Un socialista liberale italiano non difenderebbe l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori (e bene fanno Stefano Fassina e la maggioranza del PD a difenderlo ) perché da esso dipendano le sorti magnifiche e progressive del lavoro subordinato (destinate al  macello comunque, senza un New Deal di portata europea), ma perché dal suo mantenimento deriva qualcosa di molto importante anche sul piano ideologico, la dignità del lavoro. Mentre, dalla sua soppressione, lungi dal derivare un incentivo ad assumere da parte di imprese strozzate dal credito e prive di ordinativi a causa di una recessione costruita a tavolino, deriverebbe soltanto la legittimazione del principio che, pur di ottenere il “privilegio” di un lavoro a quattro soldi e senza tutele, in regime di scarsa mobilità (come è il caso dell’Italia), i nuovi lavoratori italiani dovranno accettare condizioni ben peggiori di quelli conquistate a fatica per i propri nonni e i propri padri.
La cinesizzazione dell’Italia, della Grecia, della Spagna, del Portogallo, dell’Irlanda etc., come viatico ad una sempre più sistematica schiavizzazione delle classi proletarie e proletarizzazione delle classi medie: è proprio questo che degli autentici socialisti liberali devono evitare.
Dei socialisti liberali italiani ed europei, tanto per essere chiari, comincerebbero a rivitalizzare l’azione politica della Alleanza Progressista dei Socialisti e dei Democratici (fondata nel 2009 e da allora vivace e incisiva meno di uno zombie), aggiungendovi l’aggettivo LIBERALE e concertando un progetto unitario che consenta l’attuazione su scala europea di una ambiziosa Rivoluzione Democratica nel segno del Socialismo Liberale, così come è stato illustrato nei suoi tratti costitutivi in questo editoriale, dando così vita ad una stagione politica inedita, affascinante e lungimirante.
Ci sono, in Italia, dei potenziali socialisti liberali, in grado di mettere in moto processi costituenti e rigeneratrici della teoria e della prassi progressista, senza fare da involontaria mosca cocchiera ai disegni neo-centristi moderati e conservatori che vanno dai terzopolisti al PDL, dalla Lega all’arcipelago di partitini dell’estrema destra, sempre pronti a gridare contro le oligarchie demo-pluto-giudaico-massoniche, salvo allearsi alla prima occasione con l’oligarca miglior offerente di turno (vedi Berlusconi) ?
Ci sono in Italia, dei potenziali socialisti liberali, desiderosi di superare il Partito Democratico così come lo abbiamo sinora conosciuto (un accozzaglia di famiglie di ex, poco integrati e molto litigiosi), di emancipare dalla retorica genericamente anti-liberista e pseudo-pacifista/antagonista l’elettorato di Sinistra Ecologia e Libertà, di traslare le risorse umane ed energetiche dell’Italia dei Valori da un contesto familistico-provinciale ad una visione moderna e cosmopolita della lotta politica, di raggruppare e confortare verdi e radicali in crisi d’identità e in stato di perenne ambiguità, di far tornare ad un dignitoso ovile i membri sparsi della diaspora seguita al killeraggio del PSI?
Ci sono in Italia dei socialisti liberali in Parlamento (non importa se formalmente seduti a destra, al centro o a sinistra, entro le claustrofobiche categorie politico-partitiche attuali), in grado di mandare a casa il tecnocratico, fumoso e retorico Governo Monti, qualora esso non si dimostri, in Europa e per l’Europa (di cui l’Italia è parte integrante) all’altezza delle raccomandazioni ricevute dal Fratello Massone Liberal Barack Obama (di questo, poi, parleranno approfonditamente i Fratelli di Grande Oriente Democratico) ?
C’è, specie nel Partito Democratico, la percezione che, più passa il tempo, e più l’esecutivo tecnocratico del Massone ed ex Chairman per l’Europa della Trilateral Commission sarà visto come una foglia di fico appetibile per il blocco di potere berlusconiano e un prezioso trait d’union di quest’ultimo con il Terzo Polo/Partito della Nazione implementato da Casini, Fini, etc.?
Si rendono conto, Bersani, Fassina e gli eventuali progressisti più illuminati del PD, che c’è il duplice rischio di avallare politiche socialmente reazionarie e di compattare un nuovo centro-destra sotto la bandiera tecnocratica di Monti, Passera e Unione Europea a guida merkeliana?

Di certo, Democrazia Radical Popolare (se ne studino i contenuti programmatici pubblicati sul suo sito ufficiale: www.democraziaradicalpopolare.it), quale Movimento politico d’opinione che non vuole sostituire alcun partito dell’attuale centro-sinistra, ma semplicemente favorire il potenziamento di quelli esistenti, drenando per essi nuove adesioni a partire da chi da tempo diserta le urne e da quei singoli elettori e quelle associazioni e gruppi che sinora hanno votato coalizioni di centro-destra senza trovare effettiva rappresentanza alle proprie esigenze socialiste e liberali, lavorerà instancabilmente - al di dentro e al di fuori dei partiti - per favorire l’inedita affermazione, in Italia, in Europa e in Occidente, di una nuova prospettiva ideologica, diversa tanto dalla fallimentare Terza Via di Giddens-Blair-Clinton, quanto dalla classica e ormai datata esperienza socialdemocratica del XX secolo, inadatta ad affrontare gli scenari cosmopoliti che la globalizzazione ha imposto.

Gioele Magaldi

[ Articolo del 22 febbraio 2012 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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