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DRP e GOD denunciano la morte in Europa dei valori che dovrebbero ispirare periodicamente la Festa del 1°maggio

 

 

 

 

Abbiamo atteso qualche giorno, trascorso il 1 maggio con le sue fanfare retoriche e stucchevoli,  prima di vergare queste righe in memoriam di quella che appare sempre di più, specie in Europa, una celebrazione priva di senso.
Come si può festeggiare il lavoro e, nel contempo, assistere quasi inerti all’aumento costante  e devastante della disoccupazione, in ogni landa del vecchio continente, salvo qualche rara e significativa isola felice?
Ovunque, i media italiani riportavano lo slogan dei sindacati: “Senza lavoro il Paese muore” (si digiti la frase sul web e si vedranno innumerevoli rilanci della frase e dei polverosi e tautologici concetti ripetuti anche in questa occasione dai leaders sindacali di CGIL, CISL e UIL, con codazzo di politicanti annessi).
Ma il cuore della questione (tanto per i politici che per i sindacalisti o per gli opinionisti vari che infestano l’etere e la carta stampata) non dovrebbe essere constatare un problema che è sotto gli occhi di tutti, bensì offrire delle soluzioni lungimiranti e attuabili nel breve, medio e lungo periodo per scongiurare questo funesto processo di macelleria sociale in atto da anni.
Tutti riconoscono, anche in Italia, che “il lavoro” deve essere al centro dell’Agenda del Governo Letta.
Grazie tante!
Ma come? Come rilanciare il sistema economico complessivo e dunque le assunzioni, scongiurando nel contempo il progredire quotidiano di fallimenti e ridimensionamenti aziendali e di relativi licenziamenti?
Nessuno lo dice. Perché nessuno lo sa veramente. Perché nessuno padroneggia un vero paradigma politico-economico e sociale alternativo a quello tecnocratico, elitario, neoliberista e neoclassico che sta ampliando a dismisura- da decenni- la disuguaglianza economica fra una platea ristretta di ricchi e benestanti e una massa sterminata di vecchi e nuovi poveri, cui si aggiungono gli ex appartenenti ai ceti medi, sempre più proletarizzati.
Per interiorizzare e portare avanti un paradigma alternativo, bisognerebbe avere la pazienza di studiare a fondo il paradigma contrario (quello implementato in area massonica e para-massonica reazionaria e conservatrice sin dalla metà degli anni ’70 e infine trionfante nel primo decennio del XXI secolo, come insegnano i Liberi Muratori di GOD); bisognerebbe avere la pazienza di esaminare a fondo non poche questioni di natura macro-economica e macro-politica, senza trascurare lo studio diretto dei trattati europei vigenti, gran parte dei quali sono stati scientificamente costruiti nella prospettiva dell’involuzione anti-democratica presente e futura della governance continentale; o, ancora, sottoporre ad attento vaglio critico le normative operative e le ideologie dogmatiche che informano il funzionamento delle maggiori Istituzioni economico-finanziarie internazionali come Fondo Monetario Internazionale, Banca Mondiale, OCSE et similia.
Lasciamo ai più volenterosi e meno superficiali di compiere siffatti studi in lungo e in largo.
Per coloro che amano le semplificazioni sintetiche e che al massimo riescono a leggere qualche testo di letteratura secondaria qua e là, invece, come viatico a migliori e successivi approfondimenti, proponiamo la lettura del bel libro di Joseph Stiglitz (premio Nobel per l’economia 2001): Il prezzo della disuguaglianza. Come la società divisa di oggi minaccia il nostro futuro, Einaudi, Torino 2013 (edizione italiana del libro pubblicato in inglese nel 2012).
Poi, per coloro che riescono soltanto a digerire qualche suggestione in pillole, mettiamo in evidenza l’ennesimo efficace articolo del premio Nobel per l’economia 2008, Paul Krugman:

“L’austerity e la dittatura dell’1%”, articolo del 28 aprile 2013 by Paul Krugman per MICROMEGA (clicca per visionare/leggere),

che qui di seguito trascriviamo integralmente:

“È raro che i dibattiti economici si concludano con un ko tecnico. Tuttavia, il dibattito che oppone keynesiani ai fautori dell’austerità si avvicina molto a un simile esito.
Quanto meno a livello ideologico. La posizione pro-austerity è ormai implosa; non solo le sue previsioni si sono dimostrate del tutto fallaci, ma gli studi accademici invocati a suo sostegno si sono rivelati infarciti di errori e omissioni, nonché basati su statistiche di dubbia attendibilità.

Due grandi interrogativi, tuttavia, persistono. Il primo: come ha potuto diventare così influente la dottrina dell’austerity? E il secondo: cambierà la policy, adesso che le rivendicazioni fondamentali dei sostenitori dell’austerità sono diventate oggetto di battute nei programmi satirici della terza serata?

Riguardo alla prima domanda: l’affermazione dei fautori dell’austerità all’interno di cerchie influenti dovrebbe infastidire chiunque ami credere che la policy si debba basare sull’evidenza dei fatti, o essere da questi fortemente influenzata.
Dopotutto i due principali studi che forniscono all’austerity la sua presunta giustificazione intellettuale — quelli di Alberto Alesina e Silvia Ardagna sull’“austerità espansiva”, e di Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff sulla fatidica “soglia” del novanta percento del rapporto debito/Pil — sono state ferocemente criticati già all’indomani della loro pubblicazione.

Gli studi, inoltre, non hanno retto a un attento scrutinio. Verso la fine del 2010 il Fondo monetario internazionale aveva rivisto Alesina-Ardagna ribaltandone le conclusioni, mentre molti economisti hanno sollevato interrogativi fondamentali sulla tesi di Reinhart-Rogoff ben prima di venire a sapere del famoso errore nella formula di Excel. Intanto, gli eventi nel mondo reale — la stagnazione in Irlanda (l’originario modello dell’austerity) e il calo dei tassi di interesse negli Stati Uniti, che avrebbero dovuto trovarsi di fronte a una crisi fiscale imminente — hanno rapidamente svuotato di significato le previsioni del fronte pro-austerity.

E tuttavia, la teoria a favore dell’austerità ha mantenuto, e persino rafforzato, la propria presa sull’élite. Perché? La risposta è sicuramente da ricercare in parte nel diffuso desiderio di voler interpretare l’economia alla stregua di un racconto morale, trasformandola in una parabola sugli eccessi e le loro conseguenze. Abbiamo vissuto al di sopra dei nostri mezzi, narra il racconto, e adesso ne paghiamo l’inevitabile prezzo. Gli economisti possono spiegare ad nauseam che tale interpretazione è errata, e che se oggi abbiamo una disoccupazione di massa non è perché in passato abbiamo speso troppo, ma perché adesso spendiamo troppo poco, e che questo problema potrebbe e dovrebbe essere risolto. Tutto inutile: molti nutrono la viscerale convinzione che abbiamo commesso un peccato e che dobbiamo cercare di redimerci attraverso la sofferenza. Né le tesi economiche né la constatazione che oggi a soffrire non sono certo gli stessi che negli anni della bolla hanno “peccato” bastano a convincerli che le cose stanno diversamente.

Ma non si tratta di opporre semplicemente la logica all’emotività. L’influenza della dottrina dell’austerity non può essere compresa senza parlare anche di classi sociali e di diseguaglianza.
Dopotutto, cosa chiede la gente a una policy economica? Come dimostrato da un recente studio condotto dagli scienziati politici Benjamin Page, Larry Bartels e Jason Seawright, la risposta cambia a seconda degli interpellati. La ricerca mette a confronto le aspettative nutrite riguardo alla policy dagli americani medi e da quelli molto ricchi — e i risultati sono illuminanti.

Mentre l’americano medio è per certi versi preoccupato dai deficit di budget (cosa che non sorprende, considerato il costante incalzare dei racconti allarmistici diffusi dalla stampa), i ricchi, con un ampio margine, considerano il deficit come il principale problema dei nostri giorni. In che modo dovremmo ridurre il deficit nazionale? I ricchi preferiscono ricorrere al taglio delle spese federali sulla sanità e la previdenza — ovvero sui “programmi assistenziali” — mentre il grande pubblico vorrebbe che la spesa in quei settori fosse incrementata.

Avete capito: il programma dell’austerity rispecchia da vicino, la posizione dei ceti abbienti, ammantata di rigore accademico. Ciò che il più ricco un per cento della popolazione desidera diventa ciò che la scienza economica ci dice che dobbiamo fare.
Gli interessi dei ricchi sono forse di fatto agevolati da una depressione prolungata? Ne dubito, dal momento che solitamente un’economia prospera è un bene per tutti. Ciò che invece è vero, è che da quando abbiamo optato per l’austerità i lavoratori vivono tempi cupi, ma i ricchi non se la passano così male, avendo tratto vantaggio dall’incremento dei profitti e dagli aumenti della Borsa a dispetto del deteriorare dei dati sulla disoccupazione. L’un per cento della popolazione non auspica forse un’economia debole, ma se la passa sufficientemente bene da rimanere arroccato sui propri pregiudizi.

Tutto ciò suscita una domanda: quale differenza produrrà di fatto il crollo intellettuale della posizione pro-austerità? Sino a quando ci atterremo a una politica dell’un per cento, voluta dall’un per cento a vantaggio dell’un per cento, forse assisteremo solo a nuove giustificazioni delle solite, vecchie policy.
Spero di no; mi piacerebbe poter credere che le idee e l’evidenza dei fatti contino, almeno in parte. Cosa farò altrimenti della mia vita? Immagino però che ci toccherà vedere sino a dove ci si può spingere pur di dare una giustificazione al cinismo.”

L’unico limite del ragionamento di Krugman consiste nel fatto che, in realtà, egli non vuole ammettere pubblicamente (mentre in privato mostra di rendersene benissimo conto) che in effetti le politiche di Austerity sottendono un grandioso ed epocale progetto di ristrutturazione socio-politica neo-oligarchica e anti-democratica.
Mostra di averlo compreso in parte, con un sintetico e sapido commento all’articolo di Krugman, Alberto Capece Minutolo, il quale così scrive:

Alberto Capece Minutolo · Top Commentator · Università di Bologna · 299 persone ricevono gli aggiornamenti
Ciò che forse sfugge a Krugman, ciò che manca all'analisi non è che l'austerità o il rigore tocchino poco i ricchi e che quindi sia la loro dottrina ufficiale, diffusa poi attraverso i media che sono ovviamente tutti in mani loro. E' che la dottrina ha essenzialmente uno scopo politico, quello di distruggere welfare e diritti, ovvero la democrazia reale, perché essa costituisce un pericolo per i profitti. Ben venga l'impoverimento se esso produce il ricatto sul lavoro, la precarietà, i salari sempre più bassi ed elimina lo stato come regolatore del conflitto.
Rispondi · 13 ·

· 29 aprile alle ore 3.32


Semmai, quello che sfugge anche a Capece Minutolo è che la questione non è tanto che la democrazia reale sia un “pericolo per i profitti” (su questo ha in parte ragione Krugman, quando dice che la prosperità generale recata da un sistema democratico avanzato, il benessere anche del consumatore piccolo e medio, giova a tutti, ricchi compresi, sul piano meramente economico), quanto il fatto che la “democrazia reale” è un sistema nel quale diminuiscono le disuguaglianze e aumentano le rivendicazioni di pari diritti e opportunità, mentre una situazione di diffusa depressione economica dei ceti medi e bassi favorisce la loro mortificazione ed eclissi come attori dignitosi nell’agone politico, deprimendo la mobilità sociale e restituendo ai ceti alti e altissimi il monopolio della gestione del “Kratos”.
Insomma, i mezzi sono economico-finanziari (dottrine dell’Austerity con annessi e connessi), ma il fine è politico: la costituzione di una governance dell’Occidente neo-aristocratica e tecnocratica, pur nella salvaguardia nominalistica e retorica degli apparati democratici, progressivamente svuotati di significato concreto.

Ma, in un simile contesto globale di macro-politica e macro-economia, che cosa volete che possano contare gli sterili belati di alcuni politicanti e sindacalisti italiani sulla “centralità del lavoro da ritrovare”?
Meno di nulla.
Piuttosto, servirebbe che diversi fra costoro, dopo essere stati marxisti, comunisti, anti-capitalisti e anti-keynesiani da estrema sinistra, in luogo di approdare (come molti di essi sono approdati) ad idee fumose, confuse (rigore ma anche crescita, tagli alla spesa pubblica, ma rilancio degli investimenti, etc.) e subalterne ai paradigmi neoliberisti e neoclassici con una verniciatura pseudo-laburista e solidale di maniera (vedi tutte quelle impostazioni debitrici della Terza Via di Anthony Giddens e Tony Blair), così da risultare stavolta anti-keynesiani da destra, si arrendessero all’evidenza che esiste una sola Weltanschauung che si adatti ad un fronte autenticamente progressista nel XXI secolo.
E questa “visione del mondo” non può che essere keynesiana in economia e rooseveltiana e rawlsiana (dal grande John Rawls, mai sentito nominare?) in politica.
O si imbocca questa via, o si rimane più o meno subalterni ai nipotini di Edmund Burke, Ludwig von Mises, Friedrick von Hayek, Milton Friedman, George Stigler, Robert Nozick, Ronald Reagan, Margaret Tatcher e tantissimi altri economisti, politologi e politici che hanno avallato e/o incarnato una reazione liberal-conservatrice ed elitaria alla trasformazione in senso autenticamente democratico, libertario, pluralista ed egualitario delle società occidentali.

Sempre rimanendo alla plumbea provincia italica, rimane un mistero come si possa pensare di attuare “politiche per il lavoro e l’occupazione, specie giovanile”, confidando nelle ricette di un Enrico Letta o di un Fabrizio Saccomanni.
Su Letta Junior, a parte i recenti contributi di area GOD

Enrico Letta, un Para-Massone diligente, mediocre, subalterno e servizievole, all'Obbedienza dei circuiti massonici sovranazionali più reazionari e antidemocratici (clicca per leggere)

Il para-massonico governo del Para-Massone Enrico Letta si configura come un Monti-bis con qualche foglia di fico, segnato dalla pesante tutela tecnocratica e anti-crescita del Massone Mario Draghi, esercitata per mezzo del suo fido scudiero, il Massone Fabrizio Saccomanni, nominato Ministro dell'Economia in barba ai desiderata del Massone Berlusconi (clicca per leggere),

si vadano a leggere le sapienti analisi critiche contenute in

“Il programma di Letta: di tutto, di meno”, articolo redazionale del 30 aprile per KEYNES BLOG (clicca per leggere)

“Sul mercato del lavoro Letta dichiara –tecnicamente- il falso”, articolo by Emiliano Brancaccio, riportato il 2 maggio 2013 su KEYNES BLOG (clicca per leggere).

Quanto al prode Saccomanni, rinviamo alle ultime pennellate che gli hanno dedicato i Fratelli Massoni di GOD:

Il Massone di rito draghiano Fabrizio Saccomanni conferma subito le previsioni di Grande Oriente Democratico sul tipo di politiche economiche del Governo Letta (clicca per leggere).

Altre che Feste del Lavoro!
Per l’Italia e per l’Europa andranno presto istituite le celebrazioni solenni della Disoccupazione… l’unico vero collante europeo da Lisbona a Madrid, a Dublino a Parigi ad Atene, etc., passando per Roma.

 

LE CITTADINE E I CITTADINI DI DEMOCRAZIA RADICAL POPOLARE (www.democraziaradicalpopolare.it)

con

I FRATELLI DI GRANDE ORIENTE DEMOCRATICO (www.grandeoriente-democratico.com)

[ Articolo del 1-7 maggio 2013 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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