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DRP commenta “L’inevitabile inerzia del governo Letta”, articolo by Guglielmo Forges Davanzati

 

 

 

 

Guglielmo Forges Davanzati è un bravo storico del pensiero economico, prima ricercatore e ora professore associato presso l’Università del Salento.
Molto spesso ci è capitato di leggere con piacere e con profitto diversi suoi interventi apparsi su questa o quella testata.
Abbiamo letto con interesse a attenzione anche

“L’inevitabile inerzia del governo Letta”, articolo del 12 luglio 2013 by Guglielmo Forges Davanzati per MICROMEGA (clicca per leggere).

Tuttavia, in questo caso abbiamo riscontrato una sostanziale incongruenza fra la straordinaria lucidità di buona parte dell’articolo – meritevole comunque di qualche opportuna chiosa- e la sua coda finale, dove lo stesso autore non si rende conto di trarre delle conclusioni alquanto inconsistenti.
In effetti, quando Davanzati scrive:

“La gran parte dei commentatori sembra essere concorde sul fatto che, in materia di politica economica, questo Governo è sostanzialmente inerte e sopravvive grazie a continui rinvii, soprattutto in materia di tassazione. Si tratta di una valutazione in larga misura condivisibile che, tuttavia, nella gran parte dei casi, viene accreditata con argomenti che attengono alla dialettica politica interna alla maggioranza che lo sostiene. Al di là delle oggettive difficoltà che incontra un Esecutivo “di larghe intese”, può essere utile chiedersi perché il Governo Letta, pur volendo, non può agire. Per provare a fornire una risposta, occorre partire da un dato di fatto.
Dopo l’incontestabile fallimento delle politiche di austerità – sul piano dei fatti, ma anche sul piano teorico (si consideri il ripensamento del Fondo Monetario Internazionale e della gran parte degli economisti accademici in merito alla loro efficacia) – ben pochi economisti oggi negherebbero che in un fase di profonda recessione è opportuno mettere in campo politiche fiscali espansive. Realisticamente, immaginare che interventi “a costo zero” possano generare crescita è del tutto inverosimile.”
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condividiamo assolutamente la sua analisi, se non per un piccolo particolare.
Davanzati scrive che il Governo Letta “pur volendo, non può agire”.
Sarebbe più esatto dire: “anche se avesse voluto agire, non avrebbe potuto”.
Ma chi ha detto che il Governo Letta “avrebbe voluto”?
Sul punto, consigliamo a Davanzati e a molti altri di coltivare qualche ragionevole dubbio, magari dopo aver meditato i seguenti contributi:

Enrico Letta, un Para-Massone diligente, mediocre, subalterno e servizievole, all'Obbedienza dei circuiti massonici sovranazionali più reazionari e antidemocratici (clicca per leggere),

Il para-massonico governo del Para-Massone Enrico Letta si configura come un Monti-bis con qualche foglia di fico, segnato dalla pesante tutela tecnocratica e anti-crescita del Massone Mario Draghi, esercitata per mezzo del suo fido scudiero, il Massone Fabrizio Saccomanni, nominato Ministro dell'Economia in barba ai desiderata del Massone Berlusconi (clicca per leggere),

Il Massone di rito draghiano Fabrizio Saccomanni conferma subito le previsioni di Grande Oriente Democratico sul tipo di politiche economiche del Governo Letta (clicca per leggere)

L'inconcludente e dunque catastrofica traiettoria del Governo del Paramassone Enrico Letta. I molti dubbi sulla funzione stabilizzatrice occulta del Movimento 5 Stelle (clicca per leggere)

Il funesto Governo del Fare (chiacchiere), (mal) guidato dal Paramassone Enrico Letta per conto terzi, a cura di DRP (clicca per leggere)

DRP e le bugie piccole e grandi di Enrico Letta (clicca per leggere)

Le inutili briciole del mistificatore Enrico Letta per la disoccupazione giovanile (clicca per leggere)

Le quotidiane pantomime mistificatrici del Governo Letta. Commento di DRP a “Verità in parole povere” by Mattia Granata (clicca per leggere).

Scrive poi il brillante docente di studi economici:

“E’, tuttavia, ovvio che misure di stimolo alla crescita della domanda interna sono impraticabili per i vincoli di rigore posti in sede europea, per volontà tedesca. Occorre quindi chiedersi per quale ragione il Governo tedesco ha interesse a mantenere (e perpetuare) un’Europa a doppia velocità.”

A questo proposito vorremmo osservare che, si, il Governo tedesco lucra un certo interesse a sfruttare la recessione (ormai da considerarsi depressione, perché le cose continuano a peggiorare in modo costante), ma che i veri mandanti di tutta l’operazione (né complotto, né cospirazione, trattasi semplicemente di un progetto epocale partorito da soggetti storici in grado di incidere con forza sulle vicende dei popoli europei) sono sovra-nazionali e le loro finalità trascendono gli interessi di una singola nazione, per quanto importante come la Germania.
Anche qui, rinviamo Davanzati e altri intellettuali convinti del carattere “germanocentrico” di ciò che sta accadendo a farsi venire qualche dubbio, magari a partire dalla lettura di

Germania 1933-1938 e 2005-2012. Da Hitler alla Merkel. Cioè quando i tedeschi diventano teste di ponte di esperimenti oligarchici ed egemonici ai danni dei popoli europei (clicca per leggere).

Prosegue Davanzati:

“L’economia tedesca, ad oggi, costituisce circa il 23% del PIL dell’eurozona. Nel 2010 ha registrato il più alto tasso di crescita dalla sua riunificazione (+3.7%), nel 2011 il tasso di crescita si è attestato al 3% per poi declinare intorno all’1% nel 2012. Nell’ultimo triennio il reddito pro-capite è aumentato di circa il 3%, generando un aumento dei consumi privati e un aumento del gettito fiscale. La crescita economica tedesca è essenzialmente trainata dalle esportazioni e circa il 60% delle esportazioni tedesche è rivolto ai Paesi dell’eurozona. A fronte di ciò il resto dell’eurozona (i Paesi mediterranei, innanzitutto) fa registrare tassi di crescita negativi, consistenti aumenti della disoccupazione – e in particolare della disoccupazione giovanile – riduzione dei consumi e degli investimenti. Se la crescita economica tedesca è trainata dalle esportazioni, e se le imprese tedesche esportano prevalentemente nell’eurozona, ci si dovrebbe attendere che sia nell’interesse del capitale tedesco consentire agli altri Paesi membri dell’Unione Monetaria Europa di mettere in atto politiche che accrescano la loro domanda.
Evidentemente, la perseveranza tedesca nell’imporre politiche di rigore contrasta con questa ipotesi, e porta a considerare due fattori che rendono conveniente, al capitale tedesco, l’impoverimento del resto del continente.

1) Al ridursi della domanda estera, le imprese tedesche accrescono le loro esportazioni. Per quanto questo effetto possa apparire paradossale, lo si può spiegare in questo modo. L’aumento della pressione fiscale e la riduzione della spesa pubblica nei Paesi periferici, generando compressione dei mercati di sbocco interni per le imprese che lì operano (e, dunque, riducendone i profitti e accrescendone la probabilità di fallimento), consente alle imprese tedesche di acquisire, in quelle aree, quote di mercato crescenti. Si consideri, a riguardo, che, su fonte ISTAT, la Germania è il primo Paese da cui importiamo beni, per un valore circa pari a 62,4 miliardi di euro, e che l’incidenza dell’export sul PIL tedesco è passata, dal 2000 al 2011, dal 33,4 al 50,1%.
2) In considerazione dell’aumento della disoccupazione – soprattutto giovanile e intellettuale – nei Paesi periferici, le imprese tedesche hanno un’ulteriore ragione di convenienza nell’imporre in quei Paesi politiche recessive. L’attrazione di manodopera altamente qualificata, infatti, consente al capitale tedesco di accrescere la sua competitività su scala internazionale, mediante gli incrementi di produttività derivanti dall’occupazione di forza-lavoro dotata di elevato capitale umano.
Queste due considerazioni portano a ritenere che è solo producendo recessione nel resto d’Europa che il capitale tedesco può fare profitti.”

E qui siamo sostanzialmente d’accordo, ma con un piccolo contrappunto: la prospettiva di far fallire o di poter rilevare aziende nei “paesi periferici” è qualcosa che alletta molto non solo i capitali tedeschi, ma soprattutto quelli apolidi che fanno capo ai gruppi sovra-nazionali di potere precedentemente evocati.
Non solo: alla lunga, la diminuzione complessiva della domanda da parte dei paesi dell’eurozona finirà con l’incidere significativamente (in negativo) sulle esportazioni specificamente tedesche (nonostante il paradosso attuale segnalato da Davanzati sull’aumento contingente dell’export tedesco, favorito dall’acquisizione predatoria di quote di mercato nei paesi in crisi).
Ma i problemi che potranno intaccare la produzione industriale tedesca in quanto tale non toccheranno quei capitali globalizzati (e “senza patria”) i quali operano con il doppio obiettivo di lucrare enormi profitti grazie alla speculazione sui vari titoli di stato, di fare shopping delle aziende statali e private dei paesi massacrati dalla recessione-depressione, di acquisire lo sfruttamento privato di servizi pubblici essenziali da una parte, e di destrutturare la società europea in senso neo-oligarchico e tecnocratico dall’altra.

In ogni caso, fin qui, a livello di analisi, nonostante qualche chiosa chiarificatrice che abbiamo proposto, possiamo dire di condividere buona parte del ragionamento di Guglielmo Forges Davanzati.
I problemi arrivano con la parte finale e “sintetico-programmatica”, allorché lo studioso napoletano dice anzitutto che

“In questo scenario, è del tutto evidente che il nostro Governo può far poco o nulla. Nella migliore delle ipotesi, può contrattare vincoli meno stringenti in ordine ai limiti oltre i quali non sono consentiti aumenti della spesa pubblica in rapporto al PIL. Ma, come mostrato dai recenti tentativi in tal senso del Presidente Letta, si tratta di importi assolutamente insufficienti per mettere in atto politiche fiscali espansive anticicliche di entità tali da prospettare il recupero di un percorso di crescita in Italia.”

E perché mai uno Stato sovrano, come è tuttora l’Italia (visto che non esistono ancora, purtroppo, Stati Uniti d’Europa), “può fare poco o nulla”?
Semmai, “può fare molto o tutto”, se soltanto ci fossero politici “con gli attributi” in grado di rappresentare adeguatamente gli interessi del Popolo Sovrano.
Insomma, il “nostro Governo”, invece di andare con il cappello in mano a implorare misericordia, potrebbe benissimo ingaggiare un gagliardo e serissimo braccio di ferro (senza bluff) nel quale proporre una drastica revisione dei trattati europei vigenti (mostratisi inefficaci e funesti per i popoli del Vecchio Continente).
E se non si giunge a una revisione condivisa, allora l’Italia ha non solo il diritto, ma anzi il dovere di uscire immediatamente dall’eurozona (e lo diciamo Noi di DRP che siamo europeisti convinti e desiderosi di costruire degli U.S.E.- United States of Europe- che siano però autenticamente democratici e fondati sulla subordinazione di ogni potere economico-finanziario a quello politico, con una reale centralità del Parlamento di Strasburgo).
Ma Davanzati vorrebbe convincerci del fatto che l’Italia, la Spagna, il Portogallo, l’Irlanda e la Grecia avrebbero tutto da perdere ad uscire dall’eurozona, mentre, udite, udite, la Germania avrebbe tutto da guadagnare da un ritorno al marco…
Tesi assai singolare, dopo che lo stesso esimio professore dell’Università del Salento ci aveva spiegato quali e quanti vantaggi predatori traesse invece la Germania dall’attuale configurazione normativa dell’eurozona.
Eppure, incredibilmente, questa tesi viene così articolata:

“L’elevato potere contrattuale tedesco – che si sostanzia nell’imporre politiche che accentuano l’intensità della recessione nei Paesi periferici dell’eurozona – deriva essenzialmente dal fatto che questi Paesi temono la deflagrazione dell’Unione Monetaria Europea. E la temono con motivazioni da prendere seriamente in considerazione. Gli attacchi speculativi sui titoli del debito pubblico dei c.d. PIIGS si sono fermati essenzialmente a seguito degli interventi della BCE di acquisito di titoli emessi da questi Stati, e dell’annuncio del Governatore della BCE di procedere all’emissione di moneta “in misura illimitata” per frenare la speculazione. E’ opinione diffusa – e condivisibile – che qualora un Paese decidesse di tornare alla propria valuta, abbandonando l’euro, subirebbe nuovamente attacchi speculativi sui titoli che emette. In più, un’eventuale fuoriuscita dell’Italia dall’UME non comporterebbe altri vantaggi se non il potersi avvalere di svalutazioni competitive, il cui impatto sulle esportazioni è sostanzialmente imprevedibile, essendo invece prevedibile un aumento dell’inflazione importata (data la nostra non autosufficienza per l’approvvigionamento di materie prime) e, in assenza di indicizzazione, un ulteriore calo dei salari reali. Ma soprattutto l’abbandono dell’euro da parte italiana non avrebbe effetti sull’economia “reale”, lasciando inalterata una struttura produttiva fatta da imprese di piccole dimensioni, poco innovative e poco esposte alla concorrenza internazionale.
D’altra parte, il capitale tedesco ha ben poco da perdere dal ritorno al marco, anche nella peggiore delle ipotesi, ovvero anche se gli altri Paesi europei dovessero mettere in atto misure protezionistiche. Ciò fondamentalmente a ragione del fatto che una quota consistente delle esportazioni tedesche è già indirizzata altrove: la quota delle esportazioni tedesche intra-UE si è ridotta negli ultimi anni, a vantaggio di altre aree, Cina in primis. Stando così le cose, e considerando gli elevati margini di incertezza che aleggiano sulla tenuta dell’Unione Monetaria Europea, si può ragionevolmente concludere che la tenuta dell’Unione dipende, in larga misura, dalla capacità dell’industria tedesca di accrescere ulteriormente la propria quota di esportazioni in Paesi extra-UE, e che è semmai la Germania, non l’Italia, a poter ottenere i maggiori vantaggi dall’abbandono dell’euro. Rispetto alle dimensioni del problema, dibattere sull’efficacia di misure di “semplificazioni” e di “riforme strutturali” è, in larga misura, fuorviante: un Governo al quale vengono posti vincoli alla gestione della politica fiscale è, per definizione, un Governo condannato all’inerzia.”

Al buon Davanzati non viene in mente che se i PIIGS uscissero dall’euro si riapproprierebbero della propria sovranità monetaria, con tutte le conseguenze positive del caso.
Infatti, lo ribadiamo per l’ennesima volta, delle due l’una: o rendiamo l’euro moneta sovrana di una UE riformata, in modo tale che la BCE sia subordinata ad un potere politico europeo democraticamente legittimato e operi come una banca centrale degna di questo nome, oppure non c’è dubbio che sia meglio tornare alla sovranità valutaria di ogni singola nazione europea.
Gli attacchi speculativi ci sono sempre stati e sempre sono stati “governati” e “tenuti a bada” da nazioni dotate di controllo della propria valuta, ma essi hanno maggiore efficacia proprio là dove viga un sistema di titoli del tesoro differenziati e però affiancati da una moneta in comune sottratta al controllo politico dei singoli stati (o della loro collegialità in quanto “stati uniti”) e affidata all’arbitrio di organi tecnocratici sovraordinati ai normali meccanismi democratici.
Davanzati agita poi lo spauracchio dell’inflazione e della diminuzione dei salari reali, riferendosi in particolare ad un ipotetico scenario italiano.
A tal riguardo, invitiamo a considerare se gli italiani stavano meglio economicamente negli anni della liretta spesso svalutata o in questi anni tetri caratterizzati da assenza di inflazione, certo, ma soprattutto da penuria di occupazione, produttività, consumi…(e scusate se è poco…).
Davanzati si esprime poi in modo sprezzante rispetto alle piccole e medie imprese italiane.
E fa male.
Con una lira competitiva per le esportazioni, queste piccole e medie imprese, in un Paese libero dal letto di Procuste dell’austerità filo-tedesca (Davanzati docet, con incomprensibile schizofrenia concettuale tra le prime e le ultime parti del suo articolo), costituirebbero un formidabile concorrente per gli interessi tedeschi.
Queste piccole e medie imprese, che Davanzati tanto disprezza, inoltre, nel Secondo Dopoguerra e fino ad anni recenti hanno reso l’Italia una delle maggiori potenze industriali e commerciali del Mondo.
In realtà, il “capitale tedesco” ha molto da perdere da una deflagrazione dell’Unione Monetaria Europea, molto più dei cosiddetti PIIGS.
E il ritorno al marco, ma anche alla lira, etc., avrebbe conseguenze proprio in termini di aumento della concorrenza sulle esportazioni verso mercati (anche) extra-europei.
La manifattura italiana, oggi penalizzata dalle restrizioni al credito, dal crollo dei consumi interni, dall’isteria sul tema del debito pubblico e del deficit di bilancio, una volta affrancata dagli effetti nefasti prodotti dalle gabbia dei trattati europei e libera di approfittare della svalutazione competitiva, tornerebbe a costituire su molti mercati un temibilissimo concorrente dell’industria tedesca (si pensi che lo è tuttora, anche nelle attuali condizioni disastrate, ecco perché la sete di sangue dei soliti noti, Merkel e Schaeuble in testa, ancora non si placa…).
In conclusione, l’abbandono dell’euro da parte dei PIIGS metterebbe in discussione proprio il ruolo di kapò della Germania merkeliana, avvantaggiando la ripresa – non senza difficoltà iniziali-  dei vari paesi attualmente torturati e massacrati da Berlino, Bruxelles e Francoforte.
E, dunque, il potere negoziale dell’Italia e di tutti gli altri PIIGS verso i tedeschi è enorme, al contrario di quello che vorrebbe farci credere Davanzati con il suo articolo ambiguo.
Per sperimentare questa semplice verità, il giorno in cui l’esecutivo italiano sarà guidato da una compagine ministeriale autonoma e degna di questo nome (altro che il duetto Letta-Saccomanni, servizievoli maggiordomi di poteri anti-europei e anti-italiani nascosti dietro un europeismo di facciata ipocrita, cinico e sfacciato), basterà vedere come inizieranno a tremare Germania ed altri soggetti storici che la utilizzano come nazione kapò, allorché si inizierà a negoziare a muso duro sulla riforma dei trattati europei vigenti, proponendo l’alternativa secca: o costruiamo un’altra Europa o usciamo fuori da questa, che non è quella immaginata da europeisti autentici e onesti come Altiero Spinelli, Robert Schuman, Jean Monnet, Konrad Adenauer, Walter Hallstein, Alcide De Gasperi, Paul Henri Spaak (i quali pure hanno commesso molti errori, ma spesso senza dolo) sulla scorta delle primitive suggestioni - certissimamente in buona fede -  di Giuseppe Mazzini.

 

LE CITTADINE E I CITTADINI DI DEMOCRAZIA RADICAL POPOLARE (www.democraziaradicalpopolare.it)

[ Articolo del 13-18 luglio 2013 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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