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Quinta delle 10 Serie di Proposte per il Governo dell’Italia dal 2013 in poi. “Contro i Monopoli e i Conflitti d’interesse”

 

 

 

 

Quinta Serie

Contro i Monopoli e i Conflitti d’interesse

 

Facciamo seguito alle proposte sinora già presentate in

10 serie di Proposte per il Governo dell’Italia dal 2013 in poi, da Democrazia Radical Popolare al Nuovo Centro-Sinistra (da costruire sulle ceneri del Vecchio) (clicca per leggere), di cui consigliamo il ripasso.

L’Italia è il Paese degli Oligopoli e dei conflitti d’interesse.
Oligopoli che facilmente diventano cartelli semi-monopolistici.
Conflitti d’interesse piccoli e grandi che squalificano quotidianamente la vita politica, sociale, economica, mediatica e persino culturale della Penisola.
Solitamente si parla del caso macroscopico di Mediaset – in mano alla famiglia Berlusconi – che per decenni ha avuto il semi-monopolio delle reti televisive private e soprattutto un controllo ferreo su gran parte della raccolta pubblicitaria.
Adesso, con la presenza di SKY Italia e l’introduzione del digitale terrestre, la potenza di fuoco mediatica di Mediaset si è lievemente ridotta, ma solo lievemente.
Così, Berlusconi imprenditore si è trovato di fatto in una situazione semi-monopolistica prima di entrare in politica, mentre il Berlusconi politico ha potuto sommare al suo semi-monopolio anche un gigantesco conflitto d’interessi, in certi periodi dell’ultimo ventennio trovandosi addirittura a controllare e a condizionare almeno 5 (Canale 5, Italia 1, Rete 4, Rai Uno, Rai Due) delle 6 principali reti televisive italiane. Senza contare il prezioso apporto di Rai Fiction e di altre strategiche strutture del servizio pubblico, tutte dirette per anni e anni da cortigiani e manutengoli del Sire di Arcore.
Ciò è potuto accadere soltanto grazie alla complicità di svariati e influenti attori politici del centro-sinistra, sempre pronti – a livello individuale o collettivo – a trovare accomodamenti economici o tattici con il Cavaliere.
Non c’è dubbio che un Nuovo Governo di Centro-Sinistra, mondato da qualsivoglia avidità personale e disposizione a farsi corrompere da parte dei suoi leaders, dovrebbe legiferare su questo macroscopico problema del settore televisivo, risolvendo nel contempo la questione dei monopoli e degli oligopoli, insieme a quello del conflitto d’interessi.
Come?
Ecco alcune proposte:

  1. Nessun soggetto, personalmente o tramite società a lui riconducibili, dovrebbe possedere più di due reti televisive digitali (eccezion fatta per la RAI, affidata però a una fondazione diretta pro-tempore da eminenti personalità scelte a larga maggioranza- e dunque con criteri meta-partitici- dallo stesso corpo elettorale)
  2. Anche per quel che riguarda il settore satellitare, rompere il duopolio sostanziale di Mediaset e SKY e introdurre dei parametri più equilibrati e pluralistici.
  3. In ogni caso, mettere un tetto alla quota pubblicitaria percentuale (non assoluta, in termini di fatturato, poiché è sempre auspicabile che l’economia cresca, i consumi aumentino e con essi la spesa pubblicitaria complessiva) di cui ciascun soggetto imprenditoriale titolare di canali digitali e satellitari possa disporre, in modo tale da allargare e diversificare le possibilità di raccolta.

 

Con queste norme stringenti, non vi sarebbe nemmeno necessità di legiferare ulteriormente sul conflitto di interessi di un eventuale imprenditore televisivo che dovesse impegnarsi in politica: infatti, l’ampliamento dell’accesso alle reti digitali e satellitari e al conseguente mercato pubblicitario sarebbe di per sé elemento sufficiente e relativizzare l’influenza di ogni singolo gruppo mediatico, diluita dalla compresenza di molti altri gruppi, magari latori di orientamenti culturali e politici sensibilmente diversi fra loro.

Naturalmente, bisognerebbe legiferare in modo analogo anche per quel che riguarda altri organi mediatici (radio, giornali, riviste), stabilendo anche qui dei tetti di quota pubblicitaria percentuale per ogni gruppo e limitando la proprietà a massimo due radio e/o due giornali e/o due riviste (oppure una radio e un giornale, un giornale e una rivista, una radio e una rivista), vietando il cumulo tra il possesso di reti televisive e giornali o radio.
Anche nel caso delle testate on-line, sebbene con più tolleranza visto l’ancora scarso indotto pubblicitario, si dovranno mettere dei limiti alla concentrazione nelle mani di un solo soggetto o gruppo di troppe di esse.

Analoghe norme stringenti contro gli oligopoli o semi-monopoli dovrebbero riguardare anche altri settori rispetto a quello strettamente radio-televisivo e mediatico.
E’ emergenza oligopolio, da anni, nell’ambito delle stesse reti telematiche in senso lato.
Al riguardo, si legga, su www.webnews.it :

“Censis: la rete italiana soffocata dagli oligopoli”, articolo by Giacomo Dotta del 4 luglio 2007(clicca per leggere).

E’ emergenza oligopolio in moltissimi altri settori, fra cui spicca quello assicurativo, come risulta dal seguente pezzo:

“Piccoli assicuratori per le liberalizzazioni, contro l'oligopolio delle grandi compagnie”, articolo del 28 marzo 2012 by Daniele Venanzi per LINKIESTA (clicca per leggere).

A nostro ragionato parere, c’è poco da liberalizzare le tariffe di architetti e avvocati (a tutto vantaggio di grandi banche e assicurazioni o enti pubblici, che così potranno imporre servizi a prezzi stracciati, proletarizzando l’opera di tanti liberi professionisti che hanno diritto a un minimo di dignità tariffaria), mentre invece occorre senz’altro liberalizzare adeguatamente il settore dei notai (una vera e propria casta) e naturalmente quello delle assicurazioni, come ben delineato nell’ottimo articolo di Daniele Venanzi.

Più in generale, per combattere in modo serio e non parolaio i tanti oligopoli italiani, andrà costituita una commissione ad hoc (composta da personalità della società civile, da giornalisti d’inchiesta, da tecnici esperti del problema e da parlamentari) i cui lavori dovranno essere monitorati costantemente da una trasmissione di approfondimento delle reti rai creata per l’occasione, in modo tale da informare in tempo reale i cittadini dei risultati dell’inchiesta in corso.
Dopo di che, una volta che l’opinione pubblica sia stata adeguatamente informata dello stato dell’arte, verrà stilato un progetto di legge che risolva in modo tombale il problema degli oligopoli, non prima di aver sottoposto le singole misure del ddl alla discussione e all’approvazione del popolo sovrano mediante rapido referendum consultivo.

Per quel che concerne invece i conflitti di interesse, occorre legiferare in modo tale che chi siede nei consigli di amministrazione di banche e assicurazioni non possa anche avere incarichi o cointeressenze con società imprenditoriali e viceversa.
Inoltre, occorre che i titolari di interessi imprenditoriali o finanziari non possano detenere quote rilevanti di organi mediatici radio-televisivi e cartacei e viceversa.
Particolare attenzione va riservata ai rappresentanti del popolo eletti in Parlamento.
In un contesto liberal-democratico caratterizzato da stato di diritto non si può vietare ad alcuna categoria di cittadino di assumere l’elettorato passivo.
Tuttavia, occorre legiferare in modo tale da stabilire che, se un avvocato, un medico, un giornalista, un magistrato, un membro di un altra categoria tipicamente in grado di costituirsi come lobby venga eletto in Parlamento, a partire da quel momento dovrà dedicarsi esclusivamente all’attività politica e non potrà svolgere la sua precedente professione né durante il suo mandato parlamentare né successivamente, stabilendo semmai un adeguato compenso in forma di pensione o vitalizio per questo divieto, utile ad evitare classici e perniciosi esempi di conflitto d’interessi.
Di più: sarà bene, al contrario di quanto è stato demagogicamente sostenuto negli ultimi anni da parte di molti, tornare a incoraggiare la formazione di autentici “professionisti della politica”, persone che studino e si dedichino vita natural durante alla res publica, dentro e fuori dalla aule parlamentari.
In questa prospettiva, sarà bene condizionare qualsivoglia finanziamento pubblico ai partiti non soltanto ad un funzionamento democratico interno degli stessi (pluralismo, collegialità, incoraggiamento del dissenso e della formazione di correnti), ma anche all’utilizzo di tali fondi per costituire e far ben funzionare delle scuole di formazione civica e politica.
Una società avanzata e complessa che voglia mantenersi sana ha bisogno di avvocati che facciano gli avvocati, di medici che facciano i medici, di magistrati che facciano i magistrati, di giornalisti che facciano i giornalisti, di imprenditori che facciano gli imprenditori, di professori che facciano i professori, di banchieri che facciano i banchieri, di politici di professione che si consacrino interamente, in ambito partitico e/o parlamentare e/o governativo all’interesse della collettività, senza essere condizionati dall’appartenenza a corporazioni, ordini professionali e/o comunque senza essere infeudati a interessi particolari.
Senza che vi sia un costante sistema di sliding doors dal giornalismo, dalla magistratura, dall’avvocatura , dal mondo delle banche etc. alla politica e viceversa.
Naturalmente, è altrettanto fisiologico e giusto che un qualsiasi cittadino della società civile che fino ad un certo punto della sua vita abbia svolto una certa professione, voglia cimentarsi con la politica attiva.
Che lo faccia, ma che, contestualmente, sia disposto a mettersi al servizio della Polis abbandonando per sempre quella categoria di interessi particolari di cui prima era latore.
Sappiamo bene che queste nostre posizioni vanno controcorrente rispetto al recente comune sentire (complice prima la demonizzazione dei “politici di professione” da parte di Silvio Berlusconi e poi la deriva antipolitica di Beppe Grillo e imitatori), ma è anche per questo motivo che l’Italia è un paese in balia di cortigiani, corporazioni, nani, ballerine, commedianti, avventurieri e lobbies non dichiarate ma attivissime nel promuovere il proprio particulare.
Un Paese sano e prospero si fonda anzitutto sulla dialettica e sulla distinzione dei ruoli, tanto nel settore privato che in quello pubblico.
Un Paese sano si dota di politici preparati attraverso un duro lavoro di studio e formazione, non di mezze calzette al seguito del capopopolo di turno.

LE CITTADINE E I CITTADINI DI DEMOCRAZIA RADICAL POPOLARE (www.democraziaradicalpopolare.it)

[ Articolo del 25-26 gennaio 2013 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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