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Quarta delle 10 Serie di Proposte per il Governo dell’Italia dal 2013 in poi…

 

 

 

 

Quarta Serie

A favore di un Federalismo Possibile e per il definitivo Riequilibrio socio-economico, culturale e civile tra Nord e Sud

 

Riproponiamo integralmente il testo già presentato nelle vecchie e superatissime 10 Serie di Proposte per il Governo dell’Italia dal 2011 in poi, da Democrazia Radical Popolare al Nuovo Centro-Sinistra (da costruire sulle ceneri del Vecchio) (clicca sopra per leggere), tuttavia non superate per quel che riguarda questa Quarta Serie di Proposte.

In realtà, a rileggere il testo sottostante (pubblicato originariamente ancora in tempi di agonizzante Governo Berlusconi), stupisce davvero la straordinaria lungimiranza previsionale e la perdurante attualità delle considerazioni da Noi fatte molti mesi orsono.
E forse questo è uno di quei sigilli che più contraddistinguono la nostra vis propositiva, sin dal momento originario in cui Democrazia Radical Popolare si è ufficialmente presentata all’opinione pubblica. Essa (tale granitica e feconda vis), a parte alcuni tratti inessenziali, si mostra solida e remota da qualsivoglia culto dell’effimero, del conformismo politicante, dell’opportunismo becero.
Siamo pertanto lieti di riproporre alla meditazione e alla metabolizzazione (da parte di comuni cittadine e cittadini – il famoso popolo sovrano e votante – e da parte di militanti e dirigenti politici dell’area di un costituendo Nuovo Centro-Sinistra) le nostre riflessioni di qualche tempo fa, ritenendole ancora più calzanti e opportune di quando furono pubblicate per la prima volta:

 

“PREMESSA

Chi ha imparato a conoscere Democrazia Radical Popolare sa che non solo non siamo conformisti parolai e retorici, ma che amiamo andare decisamente controcorrente.
Noi siamo contro la diminuzione del numero complessivo dei parlamentari nazionali, innanzitutto, perché riteniamo che, meno deputati e senatori si hanno in rapporto alla popolazione, meno il popolo è rappresentato nella sua sovranità.
Se in uno stato grande e moderno non sono molte le occasioni di rappresentanza diretta e democrazia partecipativa, manteniamo almeno in vita un livello adeguato di rappresentanza indiretta, attraverso un numero congruo di eletti dalla cittadinanza (anche se i fascio-leghisti di Berlusconi e Bossi preferirebbero avere truppe di nominati ai loro autocratici ordini).
Quasi la totalità dei vertici delle forze politiche italiane (oltre a Berlusconi e Bossi) è ufficialmente a favore della diminuzione dei parlamentari, che consentirebbe un maggior controllo da parte dei segretari di partito e dei capigruppo sui rappresentanti del popolo sovrano, contribuendo a rafforzare una gestione oligarchica della res publica, operazione peraltro già favorita dall’eliminazione delle preferenze nella disponibilità elettorale dei cittadini.
Parimenti, a proposito di federalismo e di andare controcorrente, Noi di DRP siamo contrari all’abolizione delle province: si tratta, come nel caso del progetto di contrazione del numero di eletti dal popolo, di una mossa demagogica e di scarsa utilità per le casse dello Stato.
Infatti, una volta che fossero effettivamente abolite le province, altri enti territoriali dovrebbero assumere gli oneri amministrativi ed operativi di esse (costruzione e manutenzione di strade e di varie infrastrutture, ad esempio), mentre il personale dipendente sarebbe comunque dislocato in altri uffici statali centrali o locali, non essendo pensabile (né giuridicamente possibile) licenziarlo in blocco, mandando sul lastrico innumerevoli famiglie. Né, anche a volere e potere licenziare in blocco migliaia di padri e madri di famiglia, si può pensare che altri dipendenti pubblici (già impegnati con propri incarichi) raddoppino le ore di servizio o si dotino ciascuno di quattro mani e due cervelli per sobbarcarsi le mansioni degli attuali dipendenti provinciali.
Le province, insomma, a  nostro parere, vanno lasciate come stanno, essendo dei cruciali e utili organi di raccordo delle relazioni dei comuni minori tra di loro e delle esigenze di questi ultimi in rapporto all’amministrazione regionale e a vicine aree metropolitane.
Le province, se ben utilizzate in favore della collettività e non per parcheggiare politici e portaborse in esubero, possono rappresentare uno degli architravi di un Federalismo Possibile e Auspicabile, costituendo uno snodo strategico del rilancio economico, civile e culturale dei variegati e complessi territori locali del Bel Paese.

SVOLGIMENTO

Veniamo invece al federalismo proposto dall’agonizzante, ultimo governo Berlusconi.
Così riassumeva lo stato dell’arte in merito, fra i tanti osservatori, Francesco Costa, scrivendo un articolo dal titolo “Guida minima al federalismo fiscale” , pubblicato in data 31 gennaio 2011 per la testata on-line IL POST (www.ilpost.it), di cui riportiamo il testo:

“Nel casino politico di questi mesi, uno dei pochi partiti ad avere una posizione stabile è stata la Lega Nord, la cui linea è: o il federalismo o le elezioni. In Parlamento l’attività legislativa del centrodestra è sostanzialmente impantanata: alla Camera la maggioranza è d’accordo su una cosa soltanto, continuare così ancora un po’, e quindi non sembra in grado di votare nulla che abbia un contenuto politico più incisivo e concreto di una semplice mozione di fiducia basata sulle ennesime promesse di buone intenzioni. L’unico progetto che rimane in piedi è il federalismo fiscale: perché la Lega ne ha fatto la condizione per la sopravvivenza di questo governo e perché in passato è stato votato anche da parte dell’opposizione. Quella che si apre oggi è la settimana decisiva per il federalismo fiscale e quindi anche per la legislatura. Vediamo quindi di capirne qualcosa in più.
Di cosa parliamo
Genericamente, l’obiettivo del federalismo fiscale è mettere in piedi una serie di norme e criteri tali da stabilire un regime di proporzionalità diretta fra le imposte riscosse in una determinata area territoriale e le imposte effettivamente utilizzate a beneficio di quell’area. Sebbene quando si parla di federalismo fiscale si utilizzino spesso dei verbi al futuro – succederà, cambierà, migliorerà, peggiorerà – parliamo di un sistema di norme che è già entrato in vigore: con la riforma del Titolo V della Costituzione approvata nel 2001 e con la legge 42 del 5 maggio 2009.
La legge del 2009
Se la legge costituzionale del 2001 mette per iscritto il principio della proporzionalità diretta, la legge del 2009 ha dato maggiore concretezza a quel principio, stabilendo il coordinamento dei centri di spesa del denaro pubblico con i centri di prelievo delle tasse. Per diventare operativo, però, questo regime ha bisogno dei cosiddetti decreti attuativi: una serie di provvedimenti che stabiliscono i dettagli fondamentali della riforma, che devono essere approvati entro il 5 maggio 2011 e che si snodano nell’arco di sette anni: due per l’attuazione della legge e cinque di regime transitorio.
La legge del 2009 è stata votata da PdL e Lega, mentre PD e UdC si sono astenuti; l’Italia dei Valori ha votato con il centrodestra alla Camera e si è astenuta al Senato. Il testo introduce tutta una serie di strumenti di coordinamento e disciplina tra i vari livelli di governo, volti a premiare gli enti locali cosiddetti “virtuosi”, cioè quelli che non spendono più di quanto incassano, individuando vari indicatori di efficienza e adeguatezza a fronte dei quali si ricevono maggiori o minori risorse. Inoltre, la legge istituisce una Commissione tecnica paritetica per l’attuazione del federalismo fiscale; istituisce una Conferenza permanente per il coordinamento della finanza pubblica, come “organismo stabile di coordinamento della finanza pubblica”; istituisce un Fondo perequativo, volto a ridurre le differenze nella distribuzione del denaro a vantaggio delle regioni che hanno una minore capacità fiscale per abitante; apre la strada alla costituzione delle città metropolitane nelle province di Torino, Milano, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari, Napoli e Reggio Calabria; istituisce l’ente territoriale “Roma capitale”, dando al comune di Roma speciali autonomie statutarie, amministrative e finanziarie, nei limiti stabiliti dalla Costituzione.
I decreti attuativi approvati
La Commissione parlamentare bicamerale per l’attuazione del federalismo fiscale fino a questo momento ha approvato tre decreti attuativi. Quello sul federalismo demaniale, votato da PdL, Lega e Italia dei Valori, che attribuisce parte del patrimonio dello Stato a comuni, province e regioni. Quello sull’ordinamento di Roma Capitale, provvisorio, che dota il comune di Roma di autonomie speciali finché non saranno disciplinate le città metropolitane. Quello sui fabbisogni standard di comuni e province, che determina il superamento della spesa storica a favore dei fabbisogni standard: se in passato, col criterio della spesa storica, le risorse venivano attribuite sulla base del denaro speso negli anni precedenti, dando quindi più soldi a chi spendeva di più e incentivando la spesa di denaro, il principio dei fabbisogni standard individua il costo efficiente dei servizi e lo fa diventare il parametro sulla base del quale determinare le risorse da distribuire.
I decreti attuativi da approvare
Ci sono poi alcuni decreti attuativi i cui schemi sono stati già approvati dal Consiglio dei ministri ma devono ancora essere approvati dalla Commissione bicamerale. Tra questi i più rilevanti sono due. Il primo è quello sul federalismo fiscale municipale, che cancella 11,3 miliardi di trasferimenti statali ai comuni ma attribuisce ai sindaci una compartecipazione del 21,7 per cento sul gettito della cedolare secca sugli affitti, una compartecipazione del 2 per cento all’IRPEF maturata sul territorio, il 30 per cento del gettito delle imposte di registro, di bollo, ipotecaria e catastale, il 50 per cento del gettito recuperato dall’evasione fiscale e il 75 per cento degli incassi derivanti dall’emersione delle case fantasma. Il decreto introduce dal 2014 due nuove imposte: l’IMU, imposta municipale unica, che comprende e sostituisce ICI e IRPEF e avrà un’aliquota del 7,6 per cento, e un’imposta municipale secondaria facoltativa. Il federalismo fiscale municipale, inoltre, permette ai comuni di introdurre una tassa di scopo per finanziare le opere pubbliche e una tassa di soggiorno per i non residenti fino a cinque euro per ogni notte in albergo. L’Associazione Nazionale dei Comuni Italiani ha dato il suo accordo al decreto.
Il secondo è quello sul federalismo fiscale regionale, che introduce: l’addizionale IRPEF per le regioni, dando loro la possibilità di aumentarla del 3 per cento se si riduce l’aliquota dello Stato; la riduzione dell’IRAP se l’IRPEF non aumenta; l’assegnazione di una quota dell’IVA alle regioni e la riorganizzazione di molte altre misure fiscali regionali. Ne rimangono altri tre: quello su premi e sanzioni per regioni ed enti locali, quello sull’armonizzazione dei bilanci pubblici, quello sugli interventi di coesione con i fondi europei.
L’equilibrio in commissione
La Commissione bicamerale è composta da trenta parlamentari. Al momento della sua istituzione, il centrodestra poteva contare sulla maggioranza dei membri; il rimescolamento seguito all’uscita dei finiani dal PdL ha portato la Commissione in una situazione di stallo. Oggi la maggioranza può contare su quindici parlamentari e l’opposizione può contare su altri quindici parlamentari: questo vuol dire che ogni parlamentare è determinante e da giorni girano voci su possibili assenze o astensioni strategiche da parte di membri della maggioranza o dell’opposizione. In ogni caso, dopo il voto della Commissione bicamerale i decreti dovranno passare all’esame delle commissioni bilancio e finanze dei due rami del Parlamento.
Gli schieramenti
PdL e Lega sono determinati a sostegno del sì, sebbene in queste ore qualcuno stia mostrando disillusione nei confronti del contenuto dei decreti. Futuro e Libertà e UdC sembrano orientati al no: sostengono che questi decreti attuativi – soprattutto quello sul fisco municipale – finiranno per aumentare le tasse e non per ridurle, e per sottrarre risorse al sud a vantaggio del nord. PD e IdV sono ancora guardinghi e aspettano di capire se e come saranno accolte le loro proposte e i loro emendamenti.
Il percorso da qui in poi
La Commissione bicamerale dovrà dare il suo parere giovedì 3 febbraio. In caso di pareggio, quindici a quindici, il decreto sarà considerato respinto e quindi la palla tornerà al governo, che dovrebbe riferire alle camere e riprendere in mano l’iniziativa. Questo e gli altri decreti attuativi vanno approvati entro il 21 maggio 2011, ma il deputato finiano Baldassarri ha presentato un emendamento al decreto milleproroghe per prorogare la scadenza al 31 dicembre.”

I decreti attuativi sono stati poi approvati.
Per la Lega, il federalismo fiscale è il cavallo di Troia per propiziare successivi tentativi di devoluzione o secessione, comunque un potente grimaldello per attentare alla’unità della Nazione italiana: lo ha affermato candidamente Umberto Bossi, lo hanno ripetuto tranquillamente, a più riprese, diversi esponenti di punta delle eversive camicie verdi.
Per il PDL, il federalismo fiscale è la merce di scambio per la sopravvivenza dello squinternato governo Berlusconi & Scilipoti.
Per le attuali opposizioni, il federalismo fiscale non si sa bene cosa sia e comunque si è diffusa una tacita e conformistica adesione al refrain ormai di moda: federalismo è bello, è utile, è necessario.
Insulse stupidaggini.
Per chi ha letto con attenzione i testi legislativi relativi a questa specifica “operazione federalistica” targata Berlusconi, Bossi e Camerati leghisti-pidiellini, ma anche soltanto per chi ha visionato la sintesi di Francesco Costa che abbiamo riportato sopra, non sarà difficile comprendere che, oltre tutto in tempi di presente e futura stagnazione/recessione/depressione, austerità e crisi di entrate per le famiglie, questo federalismo fiscale alla padana rappresenterà, per gli abitanti del Nord, del Centro, del Sud e delle Isole, un incremento di costi a carico delle collettività e un parallelo aumento di imposte. Nel contempo, diminuiranno le risorse pubbliche per garantire il welfare state e rilanciare crescita e sviluppo economico locale.
Questo pastrocchio di federalismo costerà alla comunità nazionale e a quelle locali un mucchio di soldi in più, altro che risparmi: se ne stanno accorgendo già e se ne accorgeranno sempre meglio i contribuenti settentrionali e meridionali.
Ma il nostro ragionamento intende andare oltre.
Intanto, per principio e per rigore di metodologia democratica (partecipativa), il Nuovo Centro-Sinistra, se mai si costituirà e andrà al governo (ben altra cosa è che vadano al governo gli attuali, sbrindellati leaders del vecchio centro-sinistra: da costoro non c’è da aspettarsi nulla di buono e di utile), dovrà cassare tutte le norme legislative (del 2001 e del 2009, sopra citate da Francesco Costa) e i decreti attuativi di questo federalismo costoso e controproducente. Poi dovrà consultare effettivamente le comunità locali di tutti i municipi e di tutte le province italiane, per sapere effettivamente di quale tipo di decentramento il popolo senta il bisogno, e solo dopo questi due primi atti, potrà provvedere a nuove azioni legislative lungimiranti e ben calibrate.
Noi di DRP, tuttavia, anticipiamo che, in tempi di globalizzazione e di futura maggiore integrazione politica dell’Europa, il federalismo vero e rilevante dovrà essere quello che unisce tra loro le nazioni del Vecchio Continente.
In questa prospettiva, nella quale il rilancio economico delle regioni, delle province, dei comuni e delle aree metropolitane europee dipenderà dalla forza della politica sovra-ordinata alla tecnocrazia, sarà bene che gli stati nazionali - già molto deboli rispetto alle oligarchie finanziarie internazionali che ne hanno usurpato i poteri, producendo così LA CRISI PRESENTE - mantengano saldi, rigenerino e riscoprano le proprie prerogative e capacità di pianificazione e intervento, invece di sbriciolare e frammentare in mille rivoli localistici gli indirizzi per la rinascita del sistema Italia.
Vanno creati gli Stati Uniti d’Europa, cui gli stati nazionali possano devolvere le linee guida supreme di una politica federale e unitaria europea sul piano della programmazione economico-finanziaria, legislativa generale, di politica estera, in termini di difesa, gestione delle forze armate e dell’ intelligence, ricerca scientifica, promozione culturale etc. Le nazioni, in questo contesto, devono essere a loro volta forti, unite e coese nel rappresentare in seno a nuove istituzioni europee (le attuali vanno ampiamente modificate in senso democratico, legittimandone in tal modo i poteri) le istanze dei propri territori locali.
Quindi, assolutamente controcorrente rispetto allo starnazzare generale di politici italioti di destra e di sinistra, Noi di DRP affermiamo che: A) La giusta forma di federalismo per l’Italia la deve discutere, valutare e proporre il POPOLO SOVRANO, consultato PARTECIPATIVAMENTE (come è stato fatto con i REFERENDUM, che hanno respinto quelle PRIVATIZZAZIONI dei servizi pubblici che ora gli AVVOLTOI delle BCE con i propri complici nostrani vorrebbero riproporre) intorno alle proprie reali esigenze e non secondo l’interpretazione che di esse vorrebbero fornire Berlusconi, Bossi e Camerati B) Probabilmente, per una Nazione che è entrata ormai nel XXI° secolo e nel Terzo Millennio e con un pianeta in corso di globalizzazione, l’attuale articolazione territoriale in regioni, province e comuni è già abbastanza “federalistica e decentrata” rispetto a quello che serve all’Italia e agli italiani.
Il federalismo fiscale in salsa leghista, invece, serve agli eversori in camicia verde per fare un favore a coloro che, in Europa e nel Mondo, vorrebbero frammentare l’unità nazionale italiana per finalità economico-strategiche inconfessabili e rapaci (di questo, torneremo a parlare meglio in futuro). Il progetto della secessione, è bene che lo sappia anche l’inconsapevole (e spesso in buona fede) base leghista, così come è bene che lo sappiano anche gli altri cittadini italiani, è qualcosa che fa gola soprattutto ad ambienti tedeschi, russi e di alta finanza araba, tanto per essere chiari. E più in generale, un potere centrale italiano sempre più debole fa gola proprio a quegli oligarchici gruppi finanziario-bancario-industriali della destra massonica e para-massonica internazionale con i quali la LEGA NORD di giorno polemizza folcloristicamente per mezzo di personaggi alla Borghezio, e di notte stringe accordi incestuosi in danno degli interessi del popolo italiano (abitanti del Nord compresi).
Semmai, con riferimento alle norme finora approvate, se ne potranno utilizzare le uniche non disprezzabili, come ad esempio quelle sui fabbisogni standard che sostituiscano il principio della spesa storica (vedi sintesi di Francesco Costa, riportata sopra) di comuni e province.
Ma tutto l’impianto dell’attuale federalismo fiscale in salsa leghista è all’insegna dell’aumento di imposte e tasse locali e di risparmio e tagli sugli interventi pubblici in servizio delle comunità (welfare generale e assistenza sanitaria, infrastrutture, incentivi al rilancio economico, saldo dei debiti verso imprese e professionisti che hanno lavorato per gli enti locali senza essere pagati da anni e anni): un paradigma, questo, ancora di stampo neoliberistico, lo stesso che sta mandando in recessione e depressione tutta l’economia occidentale.
Il migliore e più auspicabile FEDERALISMO, per l’Italia, consiste in un impegno comune di tutta la classe politica nostrana (di destra, centro e sinistra, se possibile), oppure soltanto di un Nuovo Centro-Sinistra (se i partiti di destra resteranno irrimediabilmente schiavi e succubi di ortodossie neoliberiste e tecnocratiche, le stesse che hanno infettato l’attuale dirigenza del vecchio centro-sinistra, con poche, significative eccezioni) nel promuovere una visione FEDERALE, UNITARIA, DEMOCRATICA E FORTEMENTE POLITICIZZATA dell’Europa e delle sue Istituzioni principali, soppiantando la dittatura illegittima della BCE e delle oligarchie finanziarie che ne ispirano l’azione.
Il migliore FEDERALISMO, per l’Italia, consisterebbe innanzitutto nel buon uso che attuali regioni e province del Bel Paese volessero fare dei cospicui fondi europei per lo sviluppo, che spesso le (cattive) amministrazioni locali infiltrate da mafia, ndrangheta e camorra (e martoriate da incompetenza cronica e da provincialismi clientelari) non sono nemmeno in grado di  utilizzare al 100%, gestendone una porzione limitata per arricchire tasche private in luogo degli interessi pubblici delle comunità locali.
Il federalismo fiscale e/o politico in salsa leghista, per una macro-regione europea come l’Italia, equivarrebbe a porsi il problema, per uno degli stati degli USA, di frammentarsi in ulteriori piccoli staterelli, invece di mantenersi saldo in una dialettica federativa con le autorità di Washington. Si tratta di una prospettiva assurda, paradossale e controproducente, che soltanto la demagogia di politicanti avventuristi e inetti (che benefici concreti hanno portato al Nord in circa 20 anni di partecipazione al potere?) come Bossi, Maroni, Calderoli, Castelli, Reguzzoni, Salvini & Company poteva immaginare e suggerire.
Invece, Bruxelles (e non Francoforte…) deve divenire la Washington dell’Europa e l’Italia deve aspirare ad essere come una vivace e prospera “California”, invece che tornare a gingillarsi con le lotte municipali e campanilistiche, mentre gli invasori francesi, tedeschi, britannici, arabi, russi, cinesi, etc., fanno scempio della nostra sovranità nazionale così come un tempo lo hanno fatto le armate di imperatori teutonici, re francesi e spagnoli, kaiser austriaci e ancora armate naziste e servizi segreti di mezzo mondo, con quelli britannici in testa.

Risulta poi evidente, a qualsiasi osservatore in buona fede, che un definitivo Riequilibrio socio-economico, culturale e civile tra Nord e Sud può passare soltanto attraverso un massiccio investimento in nuove infrastrutture e opere pubbliche locali nel Meridione (gestito dal governo nazionale e monitorato dalle FORZE ARMATE e da qualificate FORZE ISPETTIVE civili, con un rendiconto pubblico e periodico, attraverso i media del servizio pubblico radio-televisivo, dei soldi spesi e degli obiettivi raggiunti, in modo tale da scongiurare i soliti sprechi e le solite corruttele), così come nella costituzione  - nelle regioni e province meridionali - di medi e grandi consorzi di piccole imprese, finalizzati specificamente alla valorizzazione e commercializzazione sul mercato globale extra-nazionale di produzioni tipiche dei territori locali (specie su mercati emergenti in cui aumentano i consumatori benestanti interessati all’acquisto di beni occidentali, come la Cina, il Brasile, la Russia, etc., ma anche presso paesi su cui possano conquistarsi nuove quote di esportazione di prodotti in virtù di una migliore opera di promozione, distribuzione e pubblicità, come in Giappone, USA, Europa e ricche nazioni arabe).
Facciamo qualche esempio pratico.
Ipotizziamo che una singola provincia meridionale abbia a disposizione dei fondi europei e/o propri per lo sviluppo, da investire sui comuni del circondario.
Invece di spendere primariamente soldi per statue, campane di edifici civili o ecclesiastici, muri, etc. (tutte cose pure necessarie in un secondo tempo, quando le vacche saranno più grasse) e altre causali statiche, infeconde, e non in grado di generare immediatamente crescita e rilancio economico, ecco cosa consigliamo:

  1. Si mettano a contratto (ben pagati, ma vincolati a lavorare 25 ore su 24) dei super-consulenti per l’esportazione di merci sui mercati globali ed emergenti, che sappiano valutare a fondo le potenzialità di espansione su di essi di prodotti tipici italiani e specificamente meridionali, conoscendo direttamente le varie realtà cinesi, russe, brasiliane, etc. e magari avendo con istituzioni e imprese di questi paesi rapporti di consuetudine e familiarità. Si dia mandato a questi super-consulenti di mettere a fuoco quali produzioni alimentari e artigianali tipiche dell’area provinciale meridionale in questione (magari anche allargando la selezione ad altre province limitrofe, di concerto con le istituzioni regionali) siano potenzialmente raggruppabili in consorzi ad hoc finalizzati all’espansione dell’offerta su mercati su cui già si esporta o alla conquista di nuovi e inediti spazi commerciali esteri. Una volta costituiti i consorzi, dotati di notevole forza d’urto in termini di capacità produttiva (molte imprese unite e coordinate da super-esperti/consulenti a vocazione internazionale e non dall’amministratore locale inetto di turno; supportate da fondi di investimento europeo o locale per l’opera di promozione, distribuzione e pubblicità; garantite dall’esperienza esotica e dalle entrature dei super-consulenti su certi mercati emergenti; capaci insieme di dar corso ad un rapido aumento della produzione in conseguenza di un rapido aumento della domanda ), essi saranno il volano per un rapido rilancio economico, sociale, civile, culturale e politico delle province che li avranno  generati.
  2. Infatti, aumento della produzione locale e dell’esportazione estera significherà nuovi posti di lavoro sul territorio locale; nuovi redditi per le famiglie e allargamento dei consumi locali, con conseguente aumento di entrate anche per i commercianti e i titolari di imprese locali che producono e vendono merci di altro genere rispetto a quelle prodotte dalle piccole aziende consorziate che esportano prevalentemente all’estero. Ma un aumento generale del PIL locale significherà nuovo gettito fiscale maggiore per l’erario, che potrà reinvestire tali fondi per nuovi consorzi e nuove infrastrutture
  3. Ai super-consulenti di cui sopra spetterà anche il compito di progettare e realizzare delle aree verdi, ricche di intrattenimento e occasione di ricreazione per famiglie e bambini, con all’interno spazi di vendita ed esposizione di merci locali e di merci esotiche degli stessi paesi esteri presso cui sono aumentate le esportazioni. In questo modo, sarà in piccola parte favorita ulteriormente l’industria e il commercio locale, ma soprattutto - opportunamente pubblicizzando e promuovendo a livello nazionale e internazionale queste mini aree ricreativo-commerciali - sarà favorita la loro frequentazione da parte del turismo italiano ed estero, specie quello più benestante e in grado di apprezzare e acquistare prodotti di qualità, legati al territorio in questione.
  4. Di contorno a tutto ciò, si potrà affidare ai suddetti super-consulenti anche il recupero a fini di turismo-culturale per fasce medio-alte del circuito globale internazionale, di palazzi ed edifici di interesse storico-artistico che possano diventare delle splendide dimore di soggiorno turistico come i PARADORES spagnoli (vedi la Paradores de Turismo de España S.A.). Su queste operazioni, del resto, i super-consulenti, di concerto con le istituzioni provinciali e regionali, potrebbero anche ottenere cospicui investimenti di lungimiranti banche estere di affari, facendo pertanto affluire sul territorio locale ingenti capitali e offrendo ulteriori occasioni di lavoro, consumi e benessere economico per tutti.

Contestualmente, bisognerà sensibilizzare l’Unione Europea per ottenere NUOVI fondi straordinari finalizzati alla realizzazione delle opere pubbliche e delle infrastrutture grandi, medie e piccole di cui parlavamo sopra e di cui il Mezzogiorno d’Italia ha bisogno urgente. Ma, se si sarà lasciato svolgere sino in fondo il LAVORO di super-consulenti del tipo che abbiamo descritto e se si potrà mostrare concretamente che determinate PROVINCE e COMUNI meridionali hanno realizzato un inequivocabile rilancio economico del proprio territorio, l’EUROPA sarà ben lieta di finanziare STRAORDINARIAMENTE quelle amministrazioni locali che abbiano compiuto un’OPERA così VIRTUOSA.

W l’Italia Unita e l’Europa Federale, Abbasso il federalismo FASULLO, INUTILE E COSTOSO al servizio della CRICCA LEGHISTA e di POTERI SOVRANAZIONALI rapaci, subdoli e sado-masochisti, privi di ethos civile e di lungimiranza sociale e politico-economica globale.
Un Mondo globalizzato e “federato” fra territori che prosperino grazie alla libertà delle produzioni e dei commerci, grazie alla realizzazione della piena occupazione e alla globalizzazione dei diritti lavorativi e sindacali, grazie al principio dell’ equa distribuzione della ricchezza e grazie all’impegno politico di garantire universalmente una vita dignitosa, E’UNA OPZIONE saggia, giusta e lungimirante.

Un Mondo e una Europa globalizzati nella brutalità ottusa dei dogmi della destra massonica e paramassonica neoliberista e un’Italia in balia del federalismo secessionista di marca leghista possono avere solo un esito drammatico e inquietante: causare delle formidabili sollevazioni sociali e politiche che faranno piazza pulita di tutte le oligarchie parassitarie euro-atlantiche e italiane, casta dei politicanti leghisti inclusa. “

 

Ecco.
Al POPOLO SOVRANO il compito di rivendicare la sua inconculcabile facoltà di decidere, tramite REFERENDUM CONSULTIVO, su riforme di impatto così importante come qualsivoglia, futuro, nuovo progetto federalista.
Alla classe dirigente tutta, alla cittadinanza in genere e alle avanguardie culturali della società civile di questo Paese, la responsabilità di non disarticolare l’impianto equilibrato dell’articolazione statale locale (Regioni, Province, Comuni) e di non inseguire demagogiche e anti-democratiche riduzioni del numero dei rappresentanti del popolo, in omaggio a sgangherate pulsioni (sedicenti) anti-casta di personaggi che sono a loro volta fra i membri più farisaici e tutelati dell’establishment italiota.

LE CITTADINE E I CITTADINI DI DEMOCRAZIA RADICAL POPOLARE (www.democraziaradicalpopolare.it)

[ Articolo del 2-5 luglio 2012 ]

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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